Assistenti familiari e diritti

di Giorgio Roversi - CGIL Lombardia
settembre 2006

 

Il fenomeno delle cosiddette "badanti" si è affermato in questi anni e sta accompagnando il progressivo invecchiamento della nostra popolazione e le profonde trasformazioni intervenute nella composizione dei nuclei familiari.

Siamo in presenza di un fenomeno strutturale di grande impatto sociale e l'intervento del neo ministro alla famiglia, che ha posto tra le sue priorità la definizione di un provvedimento di legge a sostegno del lavoro di cura all'interno della mura domestiche, ne evidenzia la portata. E' aumentata significativamente l'aspettativa di vita, ma è anche aumentata la condizione di fragilità sociale degli anziani. Il ricorso all'assistente familiare è per molte famiglie la soluzione più idonea, non solo per le rette spesso onerose delle case di riposo e per le liste d'attesa, ma in molti casi per non sradicare l'anziano dai propri riferimenti affettivi e di vita. 

La ricerca svolta da IRS, che verrà presentata a Milano il 20 settembre, fornisce delle stime finalmente attendibili sulla presenza di "badanti" in Italia, ben al di sopra delle 500.000 posizioni contributive aperte presso l'INPS. Appare evidente che siamo in presenza di un fenomeno di irregolarità diffuso, sanato in parte da una quota significativa di "badanti" comprese nelle 170.000 regolarizzazioni previste dal decreto flussi 2006 del marzo di quest'anno e che riceverà un ulteriore impulso con il decreto bis che porterà a 520.000 le regolarizzazioni nell'autunno di quest'anno.

Ma meritano una certa attenzione anche le modalità con cui si è affrontato il tema della regolarizzazione delle "badanti". La sanatoria del 2002 aveva fatto emergere dalla clandestinità circa 350.000 assistenti domiciliari. In quell' occasione era emerso, ma la questione è ancora all'ordine del giorno, che le esigenze della famiglia coniugate con lo stato di irregolarità della lavoratrice avevano creato i presupposti per la costituzione di un rapporto di convivenza.

L'esigenza di assistenza all'anziano sulle 24 ore per la famiglia e l'impossibilità di trovare un alloggio o peggio ancora il rischio di una espulsione per la "badante" ne erano stati i presupposti. Al momento della stipula del contratto di lavoro, molti datori di lavoro, perche tali sono da considerarsi i familiari della persona assistita, hanno preferito riconoscere il minimo di ore previsto (25 ore) anziché riconoscere il rapporto di convivenza.

Questa modalità, in prima istanza è stata accolta dalle lavoratrici come una opportunità, soprattutto per uscire dalla condizione di clandestinità, ma una volta interrotto il rapporto di lavoro abbiamo assistito in molti casi all'apertura di vertenze contro i rispettivi datori di lavoro per mancato rispetto degli istituti contrattuali. Si era rotta quella sorta di complicità che per lungo tempo aveva legato famiglie e "badanti" in un patto di reciproca convenienza.

L'ultimo decreto flussi ripropone ancora la questione della stipula del contratto di lavoro ed è quanto mai importante che le famiglie, il più delle volte impreparate ad affrontare il compito di datore di lavoro, si attrezzino ad affrontare questo nuovo ruolo.

Le famiglie nel rapporto che vanno ad istituire non hanno bisogno solo di conoscenze normative, ma spesso anche di sostegni economici, di supporto durante il periodo di assenza della badante e di una supervisione in grado di monitorare e valutare la qualità dell'intervento tra le mura di casa a tutela della famiglia e della stessa "badante".

La famiglia non va lasciata sola. Le ASL, i Comuni, il Terzo Settore e le Organizzazioni sindacali, ognuno con il proprio ruolo e con le loro reti di servizi, devono consentire e accompagnare questo rapporto che si crea tra l'anziano assistito e la lavoratrice straniera. Ma occorre anche modificare profondamente le modalità d'ingresso nel nostro paese per i lavoratori e le lavoratrici che provengono da paesi fuori dalla UE.

Il modello del decreto flussi ha manifestato tutti i suoi limiti, regolarizzando a posteriori, con quote mai rispondenti ai bisogni reali, chi da tempo lavorava nel nostro paese in condizioni di irregolarità. La Bossi Fini, con le sue modalità, ha ignorato e incoraggiato un mercato del lavoro invisibile ma conosciuto da tutti. Le stazioni, le parrocchie sono stati i luoghi di reclutamento, la rete parentale e amicale  il motore d'ingresso nel nostro paese con importanti tangenti ai traghettatori di esseri umani.

Occorre rivedere profondamente le modalità di ingresso nel nostro paese e favorire l'incontro tra domanda e offerta di lavoro sul nostro territorio. La strada è la realizzazione del permesso di soggiorno per ricerca di lavoro; un periodo di permanenza nel nostro paese, dove la lavoratrice straniera, in condizioni di regolarità di soggiorno può appoggiarsi e farsi conoscere dalla rete dei servizi, attivarsi in percorsi di formazione e incontrare la famiglia. Se questa è il possibile nuovo scenario occorre individuare le sinergie possibili per qualificare l'intervento in famiglia.

Il progetto "Qualificare lavoro di cura privato" che vede come capo fila l'Istituto per la Ricerca Sociale, con la collaborazione di Caritas Ambrosiana, Comuni di Sesto San Giovanni e di Brescia e la CGIL Lombardia può essere un utile modello di riferimento per interpretare i bisogni della famiglia e favorire l'incontro con l'assitente familiare. 

 

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