Ma le badanti non diminuiscono

di Sergio Pasquinelli - Istituto per la Ricerca Sociale, Milano
Luglio 2016



L'assordante silenzio sulla non autosufficienza

In un paese che conta 13,3 milioni di anziani e dove gli ultra 65enni aumentano al ritmo di 260.000 l’anno, la rete degli aiuti per la non autosufficienza mostra il fiato corto. A cominciare dalle strutture residenziali, la cui dotazione registra enormi distanze da una regione all’altra e che hanno bisogno di adattarsi a una domanda che cambia: già oggi un anziano su cinque non ha figli caregiver, con tutto ciò che ne consegue.

I servizi di assistenza domiciliare comunali (Sad) sono diventati - quasi ovunque - di nicchia e marginali, in cerca di una nuova identità, mentre l’Adi delle Asl continua ad avere un carattere fortemente prestazionale/infermieristico, molto poco collegato alla riabilitazione. Un aiuto limitato per diffusione e durata.

E le badanti? Nei giorni scorsi si è parlato – erroneamente – di calo delle badanti in Italia, a fronte dei nuovi dati Inps sul lavoro domestico. Quando si parla di lavoro domestico bisognerebbe sempre distinguere tra badanti e colf. Rispetto a un anno fa si registra una diminuzione di queste ultime (-29.000), mentre le badanti sono aumentate: +8.000, ossia più 2,2%[1].

Peraltro, i dati Inps sono un indicatore molto approssimativo del fenomeno. Se il mercato regolare cresce del 2,2 per cento, è ragionevole supporre che quello irregolare sia cresciuto almeno del doppio. Al tempo stesso aumentano le italiane (in regola), da sempre meno ricattabili e più presenti nel mercato regolare: quello dell’assunzione e dei corsi di formazione. Nel contesto mobile di una redistribuzione del mercato che i numeri dicono o lasciano intuire, “tra italiane e straniere, tra pagate e non pagate, tra chi è assunta regolarmente e chi è in nero”[2]



I trasferimenti monetari creano inclusione? 

Continua da parte di diverse regioni la politica dei sostegni monetari diretti alle famiglie, assegni di cura e voucher sociali, volti a sostenere i costi della non autosufficienza. La domanda è: quanto incidono queste misure? Quanto aiutano il ricorso a un mercato qualificato, congruente con i bisogni della non autosufficienza?

Su quanto incidono il caso della Lombardia è significativo. La Regione ha varato l’anno scorso una misura chiamata “Reddito di autonomia” che prevede, tra l’altro, voucher per anziani ultra 75enni non autosufficienti. Lo stanziamento dava la possibilità di accogliere 520 domande, ma in realtà quelle accolte sono state molte meno: 125 (centoventicinque), in una regione con oltre 340.000 anziani non autosufficienti. Quali i motivi di questo risultato? Principalmente due: una soglia Isee troppo selettiva (10.000 euro, ora portata a 20.000) e il vincolo di non essere già in carico ai servizi territoriali. Questo secondo criterio, apprezzabile per cercare di allargare la platea dell’utenza del welfare pubblico, nella nuova versione della misura è stato semplicemente tolto. Di fatto rinunciando alle iniziali buone intenzioni. Il rifinanziamento della misura per quest’anno amplierà la platea, ma sempre nei termini di uno zero virgola per cento sulla popolazione target.

E' molto incerto l'impatto che generano i trasferimenti diretti alle famiglie sul ricorso a un mercato "qualificato". Più in generale è incerta la loro capacità di offrire un aiuto che vada oltre la semplice integrazione ai redditi. I vincoli d'uso - insieme alla complessità di accesso -  riducono l'attrattiva dei trasferimenti, uno dei motivi della diminuzione degli utenti degli assegni di cura in regioni come Emilia Romagna e Piemonte. Servono interventi accompagnati non da vincoli ma da possibilità che si aprono, che collegano e includono. Che non lascino famiglie e badanti nella loro solitudine. Non c’è bisogno di complicati percorsi di “presa in carico”, ma di sostegni centrati su alcune parole chiave: semplicità nell'essere capiti e richiesti, accessibilità, integrazione col territorio. Se il baricentro non è questo continuerà a imperversare il welfare fai da te, quello che riguarda oggi tre famiglie su quattro.


Rimettere in agenda gli anziani farà bene anche ai giovani

Le politiche per la non autosufficienza hanno bisogno di una agenda, di una road map. Alcune strade intraprese sono importanti, prefigurano nuove possibilità e andrebbero perseguite con sempre maggiore decisione, pensiamo all’interessante progetto “Pronto Badante” della Regione Toscana, pensiamo alle tante sperimentazioni di soluzioni abitative intermedie, per “i non più e non ancora”: non più autonomi ma non ancora bisognosi di un ricovero. La realtà delle demenze, che aumenterà per lunghi anni, vede progettualità che andrebbero sostenute ancora di più, fatte conoscere meglio, valorizzate.

Le badanti crescono ma non al ritmo degli anziani non autosufficienti: crescono in termini assoluti ma non in termini relativi. Il rischio reale che si profila è che gli oneri di cura di domani ricadranno su figli (unici) e nipoti (unici), meno presenti, più fragili e meno disponibili di quelli di oggi.

I contenuti di una possibile agenda richiedono sforzi che producono risultati sul medio-lungo periodo. Per questo occorre una politica disposta a non giocare sul tavolo del ritorno immediato. Per il bene delle generazioni anziane e di quelle più giovani.
 
 


[1] I lavoratori domestici regolarmente registrati (colf più badanti) risultavano 886.000 alle fine dell’anno scorso: www.inps.it/webidentity/banchedatistatistiche/menu/domestici/main.html

[2] C. Saraceno, Come cambia il lavoro domestico, in “La Repubblica”, 30 giugno 2016.

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