"Fare Sportello" per le assistenti familiari

a colloquio con Marina Torrente - operatrice di sportello a Milano e a Sesto San Giovanni
giugno 2006

 

Marina Torrente opera da un anno come "orientatrice" nello Sportello per assistenti familiari del Comune di Milano, dove si occupa degli incontri iniziali di tipo informativo e dei test di lingua italiana, preliminari al bilancio di competenze.
Marina è inoltre operatrice, assieme ad Elisa Santoni, dello Sportello per assistenti familiari del Comune di Sesto San Giovanni, avviato nell'ambito del progetto Equal lombardo "Qualificare il lavoro privato di cura". Qui svolge una attività di orientamento e informazione sia alle badanti che alle famiglie.
Incontriamo Marina all'Irs, in un momento di pausa del "pendolarismo" che caratterizza la sua attività tra Milano città e il nord milanese.

Domanda: Dal tuo particolare "osservatorio" personale hai conosciuto molte decine, forse alcune centinaia di badanti. Chi sono queste persone?

Risposta: Sono quasi esclusivamente donne, fatta eccezione per un 2 o 3% di uomini, nella quasi totalità straniere. Hanno fra i 35 e i 57 anni, l'età media credo sia intorno ai 40 anni. Le ragazze più giovani preferiscono lavorare come baby-sitter o colf.
Le italiane sono persone che considerano questo lavoro come una sorta di "ultima spiaggia", con grossi problemi a reinserirsi nel mercato del lavoro.
Difficilmente incontriamo persone senza permesso di soggiorno. Se veniamo a sapere di assistenti irregolari è perché mandano avanti gli amici, nel senso che non sono sicuri di poter trovare accoglienza allo sportello, quindi non si scoprono.

D: Le esperienze di sportello per badanti si stanno diffondendo molto, in Lombardia e in altre regioni. Riscuotono successo. Perché?

R: Perché sono dei "punti saldi" nella ricerca di lavoro da parte delle assistenti familiari, che in precedenza hanno cercato occupazione attraverso canali non istituzionali, come le parrocchie e il passaparola tra connazionali, che è molto efficace.
Gli sportelli sono diventati un luogo sicuro in cui andare e dove poter tornare. Notiamo che spesso le persone tornano a chiedere informazioni di natura diversa dalla ricerca di lavoro, oppure ritornano anche solo per dire "sono ancora qui, sto cercando lavoro". Lo sportello dedicato rappresenta qualcosa di sicuro in un contesto di  "far west".

D: La domanda che intercetti sta cambiando?

R: Sta cambiando perché sono persone che mediamente risiedono in Italia da 2 o 3 anni se non anche di più, e quindi cambia il loro grado di integrazione. Ciò si traduce in una diminuzione delle persone disponibili alla co-residenza, perché molte ormai hanno una situazione abitativa autonoma. Questo lo vedo sempre più spesso, soprattutto a Milano, tanto che quest'anno il Comune, proprio perché inizia ad esserci una scarsa offerta, ha deciso di dare priorità  a chi è disoccupato e a chi è disponibile alla co-residenza con l'anziano.
Le assistenti familiari sono sempre più spesso donne ormai presenti nel nostro paese da diversi anni. C'è chi ha messo su famiglia o chi, pur avendo lasciato i familiari nel paese d'origine, si è sistemato in un proprio alloggio. Molte di loro si sono stabilizzate in Itala ed è un percorso che va avanti, che è strutturato.
Tempo fa erano molto più numerose quelle che cercavano un lavoro in convivenza perché questo si sposava con la necessità di un alloggio, mentre ora hanno fatto fruttare i loro risparmi e quindi c'è stata una evoluzione.

D: Questo vale per tutte, allo stesso modo?

R: Vale sicuramente di più per le sudamericane. Per le donne provenienti dall'Europa dell'Est è leggermente diverso: cercano di più la co-residenza, perché il loro progetto migratorio è diverso in quanto puntano a rientrare nel proprio paese d'origine e vedono la permanenza in Italia come qualcosa di transitorio. Uno dei motivi è il livello di istruzione e il ruolo che ricoprivano nei propri paesi d'origine: mentre fra le sudamericane il livello di scolarizzazione è piuttosto basso, le donne est-europee hanno mediamente un tasso di scolarità molto alto e nella società di origine ricoprivano, nella maggior parte dei casi, ruoli definiti e riconosciuti (insegnanti, ingegneri, infermiere). Per loro il cambiamento di ruolo è temporaneo, dovuto ad una crisi che loro vivono - o vogliono vivere - come transitoria.

D: Come si traducono questi cambiamenti nella domanda che ti arriva?

R: Intanto le badanti hanno più informazioni e sono più preparate sulla parte contrattuale, sanno che ci sono strutture alle quali si possono rivolgere anche in caso di controversia e quindi sono più informate sui loro diritti, che esercitano molto di più.
Sono anche più coscienti del proprio ruolo: lentamente si sta facendo strada l'idea che questa sia una professione richiesta dal mercato. Se prima il vissuto del proprio lavoro era "sono come un familiare, ma prendo la busta paga", adesso c'è più coscienza del proprio ruolo.

D: Cosa ne pensi di Sportelli impostati come pura intermediazione di manodopera. In alcuni casi sembra un modello in via di affermazione …

R: Sicuramente gli sportelli stile "Call-Center" esaudiscono una grossa necessità delle famiglie, che è quella di placare l'ansia e arginare l'emergenza. Tuttavia, l'incrocio domanda-offerta è talmente particolare che il modello Call-Center non può andare bene, perché c'è una variabile fondamentale che è quella dell'anziano, che spesso ai colloqui non può essere presente, e che quindi vive l'arrivo della badante come una doppia imposizione: da parte della famiglia e da parte del Comune. Quindi l'accompagnamento può esser utile per far accettare pian piano all'anziano l'assistente e non dargli "il pacchettino pronto".
Noi notiamo che a Sesto, spesso, gli incroci non si realizzano proprio per la reazione dell'anziano. Anche perché sia la famiglia che l'anziano basano la scelta in misura ridotta sulle competenze dell'assistente e molto di più su quello che loro definiscono la sensazione "a pelle", ossia l'aspetto relazionale. Vale, perciò, la prima impressione, insomma. Quindi c'è tutto un lavoro di aggiustamenti, di negoziazione, per far valutare effettivamente i pro e i contro. E questo non può farlo un Call-Center, né un servizio solo amministrativo.
Poi è anche vero che le famiglie comunque non ricercano solo attraverso gli sportelli, ma attivano tutti i canali possibili, dai colleghi ai vicini, alle chiese. E spesso, se hanno la possibilità di non mettere in regola lo fanno, perché si sentono investiti di una responsabilità molto grossa.
Quindi, da un lato i tempi brevi di risposta alla domanda possono sicuramente limitare il ricorso ad altri canali e al lavoro nero. Dall'altro la ricerca e il giusto abbinamento tra domanda e offerta non permette che i tempi siano così brevi, per i tanti elementi da tenere in considerazione.

D: Il mercato si sta saturando?

R: Decisamente sì. Inizia a esserci più offerta che domanda. Ci sono molte assistenti familiari alla ricerca di lavoro da più mesi, il periodo di disoccupazione si è allungato. E' sicuramente aumentato molto il numero di badanti… In particolare riscontro negli ultimi mesi un aumento di sudamericane, dal Perù e dall'Ecuador. E questo ha conseguenze anche sugli investimenti formativi: c'è un atteggiamento diverso in particolare da parte delle sudamericane. La vera motivazione che le spinge a intraprendere questi percorsi è "alla fine mi daranno un lavoro".

D: Secondo te come può crescere in futuro la funzione di sportello?

R: Deve continuare ad essere un punto di riferimento. La sfida può essere quella di orientare le assistenti familiari, nel senso di farle diventare autonome nella ricerca di lavoro. La tendenza, soprattutto delle sudamericane, è quella di affidarsi passivamente ad un ente pubblico, per cui bisogna trasferire il concetto che il loro è un ruolo professionale, fanno un mestiere, e quindi devono attivarsi nella ricerca di un lavoro.

Intervista a cura di Sergio Pasquinelli.

 

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