Ridurre la natura di servizio individuale

di Sergio Pasquinelli e Giselda Rusmini - Istituto per la Ricerca Sociale, Milano
febbraio 2014

 

 
Il rapporto individuale[1]

Ultimamente si è sviluppato un atteggiamento critico nei confronti del lavoro privato di cura e della sua natura individuale, isolata. Un atteggiamento che ha prodotto sperimentazioni interessanti e progetti praticabili, ma anche ipotesi fantasiose e di scarsa realizzabilità. Come quella di creare cooperative di badanti, equiparabili a un’araba fenice: se ne parla ma nessuno sa dove sono.

L’assistente familiare si regge su un modello di servizio tipicamente individuale. Che isola le persone, ne mantiene la solitudine, impedisce la cooperazione di risorse di risposte. In particolare tra quelle private e quelle pubbliche.
Cresce l'idea di poter superare questo stato di cose.
Nel Piano di zona del Comune di Milano per esempio si legge che “il modello della badante individuale non promuove la costruzione di nuovi legami sociali e di fiducia reciproca tra le persone per cui, fisiologicamente, risulta un servizio costoso, in quanto costruito su un format individuale e quindi privo di economie di scala e specializzazione”.

L’intenzione di ridurre l’isolamento è lodevole ma talvolta porta a ipotesi poco praticabili. Il “modello individuale” è realisticamente superabile?

In questo modello ci sono pregi e difetti: non buttiamo via il bambino con l’acqua sporca. La relazione anziano-badante non va svalutata come poco costruttiva di legami sociali: in realtà legami e fiducia circolano eccome in queste relazioni, relazioni marcate affettivamente (Micheli, 2013). L’idea di favorire prossimità e socializzazione è ottima, ma non facilmente praticabile. Dalle nostre ricerche emerge che in larga parte gli assistiti sono persone affette da gravi patologie e hanno bisogno di una assistenza assidua: come tale, individuale.

Più che superare il modello individuale noi diciamo che occorre eliminarne i limiti e le criticità. In una direzione o nell’altra (superamento o “aggiustamento”) circolano oggi ipotesi di lavoro ed esperienze diverse. Vediamole.

1. La piattaforma condivisa. E’ il progetto di coordinare un certo numero di assistenti familiari in un dato territorio, offrendo lo stesso servizio a più persone e così sperando di creare “economie di scala e valore sociale”. Mentre l’attività di incontro domanda/offerta viene generalmente apprezzata, far condividere la stessa lavoratrice a più persone in molti casi non è tuttavia praticabile: la presenza stessa di una struttura che aiuta a farlo genera costi aggiuntivi che le famiglie sono poco disposte a pagare. E’ la ragione per cui la cooperazione sociale – a parte qualche meritevole eccezione – è ancora entrata poco in questo mercato: facilmente battuta sul piano economico da soggetti che si propongono individualmente.

2. Il mutualismo solidale. E’ l’idea di aggregare la domanda delle famiglie attraverso “mutue territoriali che prevedano servizi per i propri associati ma anche per altri cittadini” (Dotti, Farinotti, 2012, pag. 165), in grado di collegarsi ai fondi sanitari integrativi e al sistema dei servizi. Allo stato attuale si tratta di poco più di una suggestione, su cui molte domande rimangono aperte, per esempio: come incentivare la mutualità? Con quali vantaggi per le famiglie? Quali professioni dovrebbero essere coinvolte, con quale contratto? Il tutto in un contesto in cui i margini di crescita delle tutele assicurative per la non autosufficienza risultano oggi limitati (Gori, 2012).

3. Il lavoro somministrato. Vi sono alcune esperienze (a Torino e in Trentino Alto Adige per esempio[2]) di lavoro somministrato, dove alle famiglie viene proposta una assistente familiare assunta da Agenzie per il lavoro accreditate. Il vantaggio per le famiglie è quello di affrancarsi dall’assunzione diretta della badante. Lo svantaggio consiste nel differenziale tra costo orario di una badante assunta direttamente dalla famiglia (circa 9 euro) e somministrata da una agenzia (12-13 euro). Le famiglie possono essere disposte a pagare la differenza se: a) apprezzano il fatto di non essere datrici di lavoro, con tutti gli oneri collegati; b) valorizzano le garanzie e la qualità offerta dal personale della agenzia; c) percepiscono un sostegno pubblico per pagare la badante. Una o più di queste condizioni possono indurre a preferire l’Agenzia, ma la convenienza economica del rapporto individuale rimane un potente freno a questa decisione.

4. La badante di condominio. Si tratta di progetti di condivisione della badante in uno stesso luogo, con funzioni anche di presidio territoriale e di monitoraggio su un certo numero di nuclei familiari. Si parla anche di custodia e portierato sociale nel senso di figure di welfare leggero con funzioni di assistenza tutelare, appoggio per specifiche esigenze, socializzazione. Può essere una valida risposta per chi ha un bisogno di assistenza limitato, ma non può costituire la risposta in condizioni di medio-grave non autosufficienza e rimane aperto il problema di chi assume e sostiene i costi di una simile figura, finora solitamente finanziata dall’ente pubblico o da fondazioni.

Se è dunque velleitario pensare di superare oggi il “modello badante” per come si è radicato nel nostro paese, non lo è cercare di superarne i limiti. Come Irs abbiamo proposto una revisione dell'indennità di accompagnamento, che peraltro riprende elementi indicati da chi si è occupato da tempo di questa misura, rimasta sostanzialmente invariata per oltre trent'anni.[3] Tale revisione aiuterebbe non poco a rendere questo mercato meno individualizzato. Vi sono poi interventi "dal basso" che possono aiutare in questa direzione: pensiamo agli sportelli per il matching domanda/offerta, al mutuo aiuto tra familiari caregiver e ancora agli interventi di tutoring domiciliare, di cui questo sito si è occupato, che vedono operatori pubblici svolgere azioni di supporto e formazione on the job di assistenti familiari.

Occorrono luoghi capaci di integrare le risposte, valorizzare le risorse già presenti, potenziare quelle insufficienti costruendo una filiera di servizi. Mettendo a sistema interventi diversi - economici, formativi, di sostegno all'incontro domanda/offerta, di assistenza nel tempo - e creando così un'alternativa attraente al mercato sommerso. Per riuscirci occorrono tre cose: visione di sistema, capacità di regia, risorse dedicate. Tre fattori la cui convergenza non è purtroppo ricorrente.
 

Riferimenti
 
Dotti J., Farinotti G. (2012), L’Italia incontro alla modernità, in Gori C. (a cura di), L’alternativa al pubblico?, Milano, Franco Angeli.
 
Gori C. (a cura di) (2012), L’alternativa al pubblico? Le forme organizzate di finanziamento privato nel welfare sociale, Milano, Franco Angeli.

Micheli G.A. (2013), Anziani, relazioni di cura e affetti, in Pasquinelli S., Rusmini G. (a cura di), Badare non basta. Il lavoro di cura: attori, progetti, politiche, Roma, Ediesse.
 
 

 
[1] Si riprendono qui alcuni passaggi da: Il punto sulle badanti, in Network Non Autosufficienza (a cura di), L'assistenza agli anziani non autosufficienti in Italia - 4° Rapporto, Rimini, Maggioli, 2013.
 
[2] In particolare l'esperienza di Cooperjob di cui abbiamo dato conto in questo sito.
 
[3] Si veda Costruiamo il welfare di domani in "Prospettive Sociali e Sanitarie", n- 8-10, 2013. Rispetto alle analisi e proposte precedenti in particolare si veda Gori C. (a cura di), La riforma dell'assistenza ai non autosufficienti, Bologna, Il Mulino, 2006 e C. Ranci (a cura di), Tutelare la non autosufficienza, Roma, Carocci, 2008.

 

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