Lavorare sulle "pari esperienze"

di Daniela De Narda e Serenella D’Agaro - Ambito n.3.1 Gemonese (Udine)
febbraio 2014

 

 
In principio

Il nostro lavoro di Assistenti Sociali in un Servizio Sociale dei Comuni nell’Alto Friuli [1] ci ha visto impegnate da parecchi anni sul fronte della programmazione e gestione dell’assistenza a domicilio, in particolare  a favore delle persone non autosufficienti e delle loro famiglie. A queste orientiamo gli sforzi per elaborare interventi personalizzati attraverso progetti di cura adatti alle specifiche situazioni, attingendo al ventaglio delle risorse pubbliche e private disponibili (Servizio di Assistenza Domiciliare, Servizi Sanitari distrettuali, Fondo per l’Autonomia Possibile[2], Servizio di telesoccorso e telecontrollo, sportelli provinciali per le assistenti familiari, cooperative, agenzie interinali,  assistenti familiari soprattutto straniere).

Nel tempo è emersa la necessità di dare una cornice più solida a queste risorse per poterle meglio collocare in un vero e proprio sistema della domiciliarità, che veda la messa in rete di tutti gli attori in un’ottica di integrazione coordinata. Queste riflessioni hanno evidenziato quanto nel sistema di cura a domicilio la figura dell’assistente familiare coresidente con l’anziano, quasi sempre straniera, sia da una parte indiscusso e insostituibile riferimento, dall’altra fragile e vulnerabile presenza.
 
Le domande

Si è avviata quindi una profonda riflessione sui dilemmi del lavoro di cura, su come il Servizio, nella sua mission di promotore di benessere e responsabilità sociale, poteva contribuire ad una migliore e sostenibile domiciliarità assistita, su come affrontare i vincoli del servizio pubblico, con l’intento di innescare processi di aiuto che rinforzassero in particolare la diade utente/badante all’interno del sistema del care domiciliare e della comunità locale più in generale, affinché famiglie e assistenti private non si sentissero sole nell’affrontare le inevitabili criticità che il sistema presenta.

Abbiamo concentrato la nostra attenzione, quindi, sulle badanti straniere coresidenti, poiché nel nostro territorio sono presenti in maggior numero, mentre in orari di lavoro a tempo parziale sono più frequentemente impegnate assistenti familiari italiane. Nei loro confronti ci siamo poste delle domande: quanto sappiamo del fenomeno dell’immigrazione femminile e soprattuttocosa sappiamo delle badanti ora presenti sul nostro territorio e di quelle che sono le loro aspettative? Quali significati attribuiscono al loro lavoro? Quanto incide questa esperienza nella storia della loro vita e in quella dei loro familiari? Quali le conseguenze sulla loro salute psicofisica? Non è forse vero che favorire in loro una migliore qualità della vita significa promuovere a cascata condizioni di benessere nei loro assistiti, nei familiari coinvolti e soprattutto in quelli lasciati nei Paesi di origine?
 
Il progetto ha quindi preso avvio elaborando modalità di coinvolgimento delle badanti sia nelle attività di cura che nella loro veste di cittadine della comunità, rendendo necessario innestare un processo di conoscenza reciproca volto a favorire la costituzione di nuove reti, costruite su scambi reciproci di immagini non stereotipate, di contenuti interculturali, di esperienze condivise.
 
Le risposte, attraverso le azioni del progetto

Da queste considerazioni e quesiti, quattro anni fa ha preso avvio, favorito anche da un finanziamento regionale[3], un progetto tuttora in atto denominato “Assistenti familiari straniere e comunità locale”: una sperimentazione dove i concetti e i significati chiave sono: sviluppo di comunità e rinforzo delle reti, modalità partecipative, inclusione sociale, dialogo interetnico, promozione della cittadinanza, sia  per  quanti sono accuditi, sia per quanti impegnati nella cura. Il riconoscimento del lavoro privato di cura diventa un nodo del welfare locale e permette di garantire  attenzione anche al welfare transnazionale.

Lo starter è stato un corso di informazione/formazione per le assistenti familiari (in quattro incontri hanno partecipato quasi 200 persone) con la collaborazione delle famiglie, dell’Azienda per i Servizi sanitari n. 3 “Alto Friuli”, dello “Sportello Assistenti Familiari” della Provincia e di una mediatrice linguistica e culturale. L’evento ha visto la partecipazione anche di familiari degli assistiti e di volontari appartenenti ad Associazioni di settore. Gli argomenti trattati miravano ad approfondire competenzenel settore socio-sanitario per supportare il lavoro di cura domiciliare, condividere testimonianze sui temi dell’inclusione socio-culturale e lavorativa, nonché offrire alle partecipanti un’occasione per esprimere idee e proposte finalizzate a migliorare la qualità della propria vita nella comunità.

Attraverso un questionario sono state raccolte informazioni sul “profilo”e sulle aspettative delle interessate e, infine,
si è costituito un gruppo di assistenti familiari di circa quindici persone disponibili a continuare la collaborazione con il Servizio Sociale, per co-progettare e realizzare altre iniziative. Al fine di promuovere il coinvolgimento e l’integrazione del gruppo con altri soggetti ed associazioni del territorio, sono stati promossi degli incontri conoscitivi e progettuali con alcune delle principali associazioni locali di volontariato socio-culturale. Sono state così realizzati vari eventi (proiezione film, allestimento mostra fotografica dedicata, cena etnica, ecc.) aperti a tutta la popolazione con l’obiettivo sia di far meglio comprendere i vissuti e le esperienze di lontananza dai propri affetti delle donne straniere, sia di presentarle come cittadine, al di fuori del proprio ruolo di badanti. Il tutto promuovendo narrazioni, riflessioni, dibattito e condivisione.

Il percorso formativo condiviso con il gruppo delle assistenti familiari ha visto approfondire nuove tematiche riguardanti da una parte il diritto del lavoro, la contrattualistica, la prevenzione degli infortuni domestici e la gestione del rischio biologico, dall’altra il benessere e la tutela della propria salute attraverso incontri tenuti dagli operatori del locale Consultorio Familiare, del Servizio per le Tossicodipendenze e del Centro di Salute Mentale.
 
Questo percorso, certamente faticoso ma gratificante verso la costituzione di un gruppo di donne simili nelle esperienze di vita attuale, doveva necessariamente trovare in uno spazio fisico il luogo simbolico e materiale che ne rappresentasse la sede ufficiale, ma anche la casa, ovvero uno spazio di intimità domestica e familiare per quante, di fatto, vivono e lavorano in condizioni di “ospiti” in abitazioni non loro. Un’alternativa alle panchine e alle sale d’aspetto della stazione ferroviaria è stata resa possibile attraverso la disponibilità della Parrocchia di Gemona che ha permesso l’allestimento di una sede di aggregazione, un punto di incontro dove poter stare assieme, creare ed impegnarsi in attività extra lavorative, fare formazione, “investire” per il proprio benessere psico-fisico e sociale.

La presenza del servizio sociale dei Comuni, supportata prima da una volontaria del servizio civile e poi da un tutor retribuito dal Coordinamento delle associazioni culturali e di volontariato del gemonese, garantisce la supervisione delle attività e la promozione di future iniziative, sia di formazione che di aggregazione (costituzione di un coro multietnico, programmazione di un mercatino, narrazione di storie e favole dei Paesi di provenienza ai bambini, corso di ballo….).

Si percepisce in tutto ciò la forte motivazione delle lavoratrici straniere a voler collaborare e mettersi alla prova, quali protagoniste, alla realizzazione di nuove proposte, ma nonostante gli sforzi affinché il gruppo possa, pur lentamente, autodeterminarsi e gestire scelte e percorsi in autonomia, magari attraverso la costituzione di un’ associazione, una serie di ostacoli e di caratteristiche intrinseche rendono l’obiettivo ancora non perseguibile. Il gruppo di assistenti familiari, infatti, è per sua natura molto “elastico” nelle presenze: le lavoratrici cambiano con relativa frequenza datori di lavoro e quindi sedi e orari; hanno poi difficoltà di spostamento e spesso rientrano in patria per lunghi periodi. Stiamo sperimentando, inoltre, la difficoltà di convivenza e di condivisione vissuta da queste donne simili nell’esperienza lavorativa di migranti, ma diverse nella nazionalità di provenienza, nella lingua di origine, nei valori culturali ed etnici, spesso vincolati da antichi retaggi originati da divisioni storiche e geopolitiche ben radicate.
 
E’ accaduto, quindi, che parallelamente al lavoro di promozione della cultura dell’accoglienza e della solidarietà con la comunità locale, abbiamo dovuto  fare i conti con le difficoltà di convivenza, di rispetto e di superamento delle criticità tra  donne per noi genericamente provenienti dai Paesi dell’Est, ma di fatto con nazionalità diversa, ucraina, rumena, polacca, moldava, georgiana.... L’appartenenza a questi piccoli o grandi stati, dominati o dominatori, con storie recenti di indipendenza e passati di sottomissione, ha alimentato sentimenti di fierezza e di caparbietà che non sempre aiutano la condivisione, l’integrazione e l’accettazione reciproca. Ma anche questa è una sfida che abbiamo tutte le intenzioni di superare.
 
 


[1] Servizio sociale dei Comuni dell’Ambito distrettuale 3.1 “Gemonese, Canal del Ferro, Val Canale” – Azienda per i Servizi Sanitari n. 3 “Alto Friuli”.

[2] L.R. n. 6/2006 “Sistema integrato di interventi e servizi per la promozione e la tutela dei diritti di cittadinanza sociale”.

[3] L.R. n. 24/2004 “Interventi per la qualificazione e il sostegno dell’attività di assistenza familiare”.

 

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