Essere nelle ultime mani

di Patrizia Taccani - Psicologa formatrice
aprile 2006

 

"Essere nelle ultime mani". Leggevo questa espressione in una piacevolissima raccolta di detti toscani al femminile, e subito ho pensato alle mani di chi fa il lavoro di cura: mani ultime a toccare, lavare, sfiorare, accarezzare, sorreggere, aiutare con piccoli gesti, i grandi anziani nel tempo finale della loro vita.  Mi sono venute alla mente le mani segnate dal tempo di una moglie anch'essa anziana, di un marito avanti negli anni, mani più giovani di figlie e nuore, mani fresche e lisce di nipoti quasi ancora adolescenti. Mani piene di saperi discesi solo dall'esperienza, e ancora mani che uniscono la competenza femminile cumulata nel lavoro familiare a quella imparata nei corsi di formazione: mani di operatori.

Oggi a questo quadro dove si intrecciano i tanti gesti della cura familiare e di quella professionale occorre aggiungere le mani di persone che vengono da altrove, mani spesso immaginate in altro lavoro, a volte mani scure, a volte assai scure, a dire di un paese lontano, di una cultura altra: strumenti di lavoro e di contatto delle sempre più numerose "assistenti familiari" straniere che nelle nostre case curano gli anziani, ma anche i bambini.

E così i nostri anziani vengono deposti nelle "mani ultime" di queste donne provenienti dalle più diverse parti del mondo per essere seguiti, accuditi, aiutati, controllati. Ma in che modo? Come ci siamo preparati a questo passaggio di testimone quasi sempre da donna a donna? Come le abbiamo accolte nelle nostre case? Quanto abbiamo tenuto conto del grado di accettazione della persona "diversa" da parte dell'anziano? Quale rito di accoglimento, quale spazio di incontro, quali parole per conoscere e farci conoscere abbiamo usato, prima di far diventare questa "badante" un puntello così importante nella vita quotidiana del nostro familiare non più in grado di continuare a vivere da solo? Quali conoscenze, ad esempio, abbiamo trasmesso per tradurre in una realtà comprensibile il termine scientifico di "malattia di Alzheimer"? Come ci siamo soffermati ad osservare il reciproco approcciarsi tra chi deve accettare che una persona sconosciuta entri nella propria casa stabilmente - e non come un ospite da cui ci si può facilmente congedare - e chi, almeno all'inizio, ospite si sente in tutto, anzi possiamo dire, si sente decisamente straniero. Difficile non sentirsi così se, come ha detto una giovane donna proveniente dalla Costa d'Avorio: "... noi quando vediamo una persona la prima volta, se non la conosciamo la guardiamo, le facciamo un sorriso, non la guardiamo stranamente... non la frustri, qua, invece, la gente ti frustra".
 
A questi interrogativi non é poi così semplice dare risposta, né forse neppure ottenerla dai protagonisti - ancora piuttosto nascosti - della vicenda; tuttavia il ricorso a donne straniere come lavoratrici della cura dell'anziano é sempre più diffuso, e non solo nei grandi centri urbani.

Come molto lucidamente ha messo in luce Barbara Da Roit in numerosi ambiti - saggi, articoli, dibattiti pubblici - l'affermazione delle badanti - che ha al tempo stesso riempito un vuoto e fatto "quadrare il cerchio"- non si è accompagnata ad una discussione sui presupposti e sulle conseguenze per gli anziani, per i caregiver, per i lavoratori di cura e per il sistema dei servizi. Nel frattempo sia il sistema dei servizi sia le famiglie appaiono sempre più "dipendenti" da questa forma di lavoro di cura a pagamento. C'è da augurarsi che tale dibattito non debba attendere la crisi dell'attuale e l'avvento - altrettanto inatteso - di una nuova "soluzione".

Dal micro-osservatorio in cui opero, i gruppi di automutuo aiuto di familiari caregiver, la figura della "badante", come viene generalmente denominata, esce dai vissuti del familiare che più da vicino si occupa dell'anziano fragile e poco autonomo, attraverso le raffigurazioni più varie, alcune delle quali denotano anche l'uso di comuni stereotipi. C'è la signora "russa, di mezza età, molto energica, pulita, si fa ubbidire", la "ragazza ecuadoregna, calorosa ma un po' svogliata, però attenta e rispettosa", la quarantenne "peruviana, dolce, sa stare vicino, certo che la casa non la tiene pulita come dovrebbe, poi é anche troppo facilona, non ha polso". In genere vengono rappresentate come figure di sfondo: sono ritenute necessarie, le famiglie arrivano alla decisione di averle come custodi della vecchiaia del proprio caro al posto loro, ma in realtà troppo poco, queste stesse famiglie, sembrano sentire il bisogno di creare un rapporto di vera e propria fiducia, di partnership.

Vista dall'esterno la situazione appare intricata: l'entrata di questo nuovo personaggio su una scena già resa difficile dal momento del ciclo di vita che la famiglia sta attraversando e da eventi critici anche multipli che scompigliano quotidianità, sentimenti, relazioni, non é quasi mai preparata, per lo più avviene sull'emergenza. In alcuni casi il caregiver descrive lo svolgersi di lotte interne: chi vuole questa soluzione e chi no, chi se ne occupa e chi prende le distanze. Accade, ad esempio, in presenza di un genitore bisognoso di assistenza e ricco di più figli, ma anche quando le resistenze ad avere una persona estranea in casa provengono dall'anziano, se ancora lucido e abbastanza combattivo. In ogni caso la presa di decisione avviene quasi sempre nella più perfetta solitudine della famiglia e spesso sotto la spinta dell'urgenza; lo stesso accade - attraverso una storia ancor più difficile segnata dall'abbandono del proprio paese, spesso dei propri figli, dalla clandestinità, dal forte bisogno economico - alla "badante". E così si incontrano due bisogni nati da precarietà, debolezza, incertezza di prospettive. Quasi sicuramente, se fossero state possibili scelte diverse, queste persone non si troverebbero ad incontrarsi.

Accogliersi reciprocamente: un'utopia? Probabilmente dopo un periodo di affannoso "fai da te" stanno verificandosi condizioni differenti: cresce la sensibilità al problema, i dati di ricerca cominciano ad essere più consistenti, enti locali e associazioni di familiari escono allo scoperto rispettivamente con proposte e con richieste.  Si realizzano momenti congiunti di formazione, sono attivati "albi municipali" che forniscono alle famiglie nomi di persone che hanno ricevuto un minimo di formazione, sino a forme più compiute di accompagnamento nel processo di inserimento familiare: tutto ciò a dimostrazione della consapevolezza che non é positivo che  tutto avvenga, ancora una volta come per la cura informale, alla luce del concetto di libera scelta, di una quasi naturalità, in questo caso del mercato.

Famiglie e lavoratrici straniere non siano però lasciate come i terminali passivi di processi che si svolgono altrove e sopra di loro: siano messe in grado di dare parola ai disagi della cura e di partecipare ai processi organizzativi per un corretto incontro tra i rispettivi bisogni, ai percorsi di formazione, all'individuazione dei luoghi di ascolto più adatti a sè.

Sono qui a scrivere sulla newsletter "Qualificare" ed é confortante sentirsi partecipi dell'offerta di un ulteriore strumento in grado di indicare il concreto avvio di esperienze in questo settore, di offrirsi come luogo di confronto, di accogliere e diventare spazio di valutazione per nuove ipotesi di lavoro.

A proposito, il detto toscano "Essere nelle ultime mani" così viene declinato: si tratta "di cosa affidata a qualcuno, spesso un bambino, che quasi sicuramente l'avrebbe sciupata".
Qui non abbiamo parlato né di oggetti, né di bambini.

Resta la bellezza di poter usare di una metafora per dire che tutti vorremmo trovare "buone mani" a sostenerci, nella nostra probabilmente fragile, ultima vecchiaia.  

 

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