Migrazioni, crisi e lavoro di cura

A colloquio con Pedro Di Iorio - Responsabile del Servizio Accoglienza Immigrati, Caritas Ambrosiana
maggio 2013



Quale impatto sta generando la crisi economica sui lavoratori stranieri e sulle assistenti familiari? Come sta cambiando la domanda delle famiglie e come cambiano le prospettive dei lavoratori migranti?
Ne parliamo con Pedro di Iorio, responsabile del Servizio Accoglienza Immigrati della Caritas Ambrosiana.


Qualificare: Dal tuo osservatorio, quali conseguenze produce la crisi sui lavoratori immigrati?

Di Iorio
: Se fino al 2010 i lavoratori immigrati sono stati penalizzati solo in parte dalla crisi, adesso lo sono molto più drammaticamente. Il mercato del lavoro regolare, subordinato, si è contratto moltissimo. Licenziamenti, cassa integrazione, riduzioni dell'orario lavorativo hanno colpito ogni settore. E il lavoro irregolare mostra oggi una condizione ancor più di sfruttamento, dovuto all’aumento della domanda. Le richieste di aiuto che raccogliamo giungono spesso da uomini la cui vulnerabilità assume toni drammatici: arrivano non solo per la ricerca di lavoro, ma anche perché bisognosi di sostegno economico. Bisogni prima assolti in autonomia oggi richiedono interventi di sostegno. In particolare il rapporto donne/uomini che si rivolgevano al servizio ha mostrato una significativa inversione di tendenza, dal 55% di donne si registra invece oggi il 58% di uomini. Sono gli uomini i lavoratori migranti più duramente colpiti dalla crisi.

Qualificare: Aumentano gli immigrati che stanno tornando a casa?

Di Iorio: Io ho sempre sostenuto che a casa da sconfitti non si torna e che l’assenza di reddito non è un elemento tale da giustificare il fallimento di un processo migratorio e di un rientro a casa. Però riscontriamo come per molti migranti i tempi della crisi sono più lunghi di quelli sopportabili e qualcuno ha effettivamente maturato l’idea di un rientro, o di una mobilità intraeuropea.

La richiesta di rimpatrio, oggi, è del 6-7% superiore a quella di due anni fa, tant’è che i dispositivi di rimpatrio finanziati dal Governo e dall’Unione Europea sono maggiormente sollecitati. Chi ritorna a casa, tuttavia, non è detto che lo faccia in maniera definitiva: c’è chi lo intende come un ritorno temporaneo, per alcuni mesi, e magari ritornare poi nuovamente in Italia, in condizioni di maggior favore (in questi casi naturalmente non è possibile fruire del dispositivo di rimpatrio assistito).

Tutto ciò significa che la sopportabilità della crisi è ridotta al minimo. Non si tratta più ovviamente dell’assenza di lavoro, ma anche e soprattutto della perdita della casa e non di rado del rientro in patria dei familiari a suo tempo ricongiunti. Spesso verifichiamo percorsi di ‘abbruttimento’ sociale di chi aveva goduto di un certo successo e ora si trova in condizioni peggiori di quando è arrivato. La scelta di rimpatriare è però ancora circoscritta. Lo dico perché so che alcune stime, con riferimento ad altre parti d’Italia, danno la reversibilità del percorso migratorio come ormai elevata: tale intensità non è rilevata dal nostro punto di osservazione.

Qualificare: Quali cambiamenti riscontri nel settore dell’assistenza familiare?

Di Iorio: Il welfare domestico, da un anno in particolare, non è più un elemento di forte attrattiva per i flussi migratori. I percorsi di migrazione dall’Europa dell’Est o da altri Paesi, finalizzati al mercato del lavoro domestico e di cura, mi pare che si siano molto affievoliti, perché il mercato di cura è in forte recessione. Le famiglie prediligono prestazioni a ore, con costi inferiori, ricorrendo magari alla valorizzazione della rete familiare caduta negli anni in disuso, coinvolgendo anche quei parenti un po’ più lontani. La richiesta di una badante a tempo pieno è molto inferiore a 3 o 4 anni fa e la colf è reputata un bene di lusso.

Qualificare: A tuo parere sono aumentate le assistenti familiari “in nero”?

Di Iorio: E’ difficile dirlo. Oggi il nero magari corrisponde a prestazioni d’opera di pochissime ore alla settimana…

Qualificare: In questo momento rilevi delle differenze fra assistenti familiari provenienti dall’Europa dell’Est o dal Sudamerica nella condizione occupazionale o nell’eventuale decisione di fare ritorno in patria?

Di Iorio: L’immigrazione dall’Europa dell’Est non ha mai avuto un carattere di stabilità residenziale, quindi chi è qui regolarmente soggiornante e fa la badante continua a ritornare in Ucraina o in Moldavia 3 o 4 mesi all’anno, senza un mutamento radicale di abitudini. La decisione di rientrare è invece più visibile nel flusso migratorio latino-americano. A causa dell’impoverimento del welfare, sopraggiunte mutazioni familiari, e per quel senso di perdita affettivo che la distanza alimenta, sono le donne peruviane o ecuadoriane ad assumere maggiormente decisioni drastiche. Si tratta di una differenza non macroscopica, ma comunque rilevabile.

Qualificare: A tuo parere sono diminuite le assistenti familiari straniere?

Di Iorio: Non saprei, di certo le straniere si trovano oggi a fronteggiare, oltre alla riduzione delle opportunità lavorative, anche la nuova disponibilità al lavoro domestico ed anche di cura delle donne italiane. Su 100 donne straniere che incontravamo due anni fa, la disoccupazione totale intesa come assenza di qualsiasi reddito da lavoro domestico, regolare o irregolare, era il 60%. Oggi è il 90%. Le richieste di personale domestico da parte delle famiglie italiane, che eravamo soliti indirizzare agli sportelli dedicati, oggi sono il 40% in meno.

Qualificare: Intravvedi altri cambiamenti nel settore del lavoro di cura?

Di Iorio: Non si ravvisano particolari prospettive di riqualificazione. Fino a 3 o 4 anni fa c’era la tendenza delle donne migranti, impiegate come badanti, a frequentare percorsi di formazione in ambito sanitario (OSS, ASA). Oggi l’offerta formativa è ancora presente sul territorio, ma l’occupabilità di questi profili è oggi da verificare. Al SAI si rivolgono donne con un diploma ASA/OSS disoccupate. 

 

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