Migranti tra Italia e Ucraina

di Chiara Lainati - Soleterre - Strategie di Pace Onlus
gennaio 2011

 

“Siamo tutte senza casa, nel senso che viviamo con le persone che curiamo, ma non possiamo portarci nessuno, quindi siamo costrette a trovarci in giro”

Vivere nella stessa casa di una famiglia, conoscere e farsi carico delle dinamiche relazionali e conflittuali, delle malattie e delle debolezze, e non farne parte. Vivere in una casa, spesso tutti i giorni, 24 ore su 24, senza uno spazio per sé. Vivere tutto questo “solo” come rapporto di lavoro e cercare quell’equilibrio fragile tra il proprio benessere (spesso “accantonato”) e quello dei propri assistiti e dei loro familiari, sono i paradossi e le fatiche che affrontano molte assistenti familiari che lavorano fisse nelle famiglie italiane. A ciò si aggiunge il fatto che molte di queste donne sono migranti e senza famiglia in Italia.
 
Il “lavoro fisso”, se da una parte ben risponde ad un progetto migratorio che punta a massimizzare il risparmio (con la co-abitazione presso i datori di lavoro si risparmia l’affitto) a favore delle famiglie e dei figli minori (e anche adulti) rimasti al paese di  origine, dall’altra comprime in maniera drammatica il tempo e lo spazio fisico dedicato alla cura del proprio benessere psico-fisico e sociale.
 
Uno dei gruppi migranti maggiormente coinvolti in queste dinamiche sono gli ucraini: nell’81% dei casi donne (2009), per lo più ultraquarantenni, di istruzione medio-alta, con famiglie e figli adulti lasciati alle spalle, che in Lombardia nel 46% co-abitano con i datori di lavoro (Osservatorio Multietnicità Regione Lombardia, 2009) e hanno pochi contatti con il territorio e i servizi.
 
Di fronte a questa realtà è utile chiedersi quanto spazio e quale tipo di spazio rimanga alle assistenti familiari al di fuori del contesto lavorativo per essere riconosciute non solo nel loro ruolo lavorativo (spesso svalutato nelle nostre famiglie e dal nostro sistema di welfare) ma anche in quello più personale e affettivo-relazionale. Le realtà religiose svolgono sicuramente un ruolo chiave perché oltre a offrire spazi fisici di ritrovo, danno riconoscimento al ruolo lavorativo e sociale e accolgono le situazioni di disagio. Ma spesso non hanno gli strumenti per poter far fronte a tutti i bisogni di accoglienza e sono scarsamente connesse con i servizi del territorio. Anche le reti di connazionali spesso sono rifugio e luogo di scambio di insoddisfazioni e desideri - nei parchi e nei giardini pubblici della città - ma il rischio è che si rafforzi il sentimento di solitudine e frustrazione dei singoli, che “si nascondono” anche ai propri familiari rimasti al paese di origine.
 
Questo provoca meccanismi di autoesclusione che vanno a rafforzare il malessere della condizione lavorativa e genera comportamenti depressivi. Si sente parlare sempre più spesso della “sindrome Italia”, anche in Ucraina. Gli operatori dei servizi territoriali con cui le assistenti familiari entrano in contatto se ne rendono conto: più volte si trovano di fronte a richieste fortemente rivendicative che nascondono grandi fragilità.
 
Soleterre, organizzazione non governativa che da alcuni anni lavora nell’ambito della cooperazione internazionale nell’ottica del co-sviluppo, cioè attivando i migranti, soprattutto donne, non solo come beneficiari ma anche come attori degli interventi in Italia e nei paesi di origine, ha recentemente avviato il progetto Milano-L’viv Lontane vicine: servizi per la famiglia e il lavoro dei migranti tra Italia e Ucraina, in partenariato con la fondazione Zaporuka a L’viv e il sostegno di Unicredit Foundation (vedi allegato pdf). L’obiettivo è quello di offrire alle donne e alle famiglie in Italia e alle loro famiglie rimaste in Ucraina, servizi collegati tra i due Paesi per accompagnare i percorsi migratori e sostenerne la piena cittadinanza. Si vuole in questo modo contribuire a un maggior benessere socio-economico delle donne e delle loro famiglie attraverso azioni di sostegno alle relazioni familiari a distanza (da un punto di vista legale e psicologico) per rendere meno pesante il distacco dal Paese di origine. Il progetto prevede, inoltre, l’accompagnamento alla conoscenza dei propri diritti lavorativi, a nuovi percorsi professionali e imprenditoriali in Italia e in Ucraina, per facilitare la reintegrazione socio-economica delle donne intenzionate a rientrare nel proprio Paese.
 
Questo approccio integrato ha permesso di conoscere le assistenti familiari innanzitutto come persone con le loro risorse e le loro fragilità e ha alimentato un confronto con referenti di comunità locali ucraine, enti di ricerca e servizi territoriali che da tempo riflettono e intervengono nell’ambito del welfare della cura per aprire nuove piste di lavoro.
 
All’interno di questo scenario è nata una condivisione articolata delle dinamiche di questo settore, da cui, tra le altre cose, è emersa l’importanza di creare spazi definiti “neutri”, cioè non connotati da compiti specifici di risposta a bisogni, erogazione di servizi, ma comunque connessi ai servizi, per favorire momenti di scambio, socializzazione, relazione tra le donne stesse e con altri soggetti (operatori, cittadini/e italiani/e, famiglie datori di lavoro, paese di origine, ecc.). La proposta di spazi “neutri” va ovviamente ulteriormente specificata e costruita, vagliata - in primo luogo con le donne ucraine - rispetto alla fattibilità, ma è indicativa di una strategia che intende affrontare il tema dell’“isolamento, solitudine” che interessa tanto le assistenti familiari, quanto i servizi stessi. Risponde all’importanza di pensare i servizi non solo come luogo di erogazione e di prestazione ma anche come luoghi (o rete di luoghi) dove la cura delle relazioni e quindi delle identità e aspirazioni personali può accompagnare le donne e i servizi nel conciliare il progetto lavorativo con il progetto di vita.
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