Formare le assistenti familiari. E dopo?

di Sergio Pasquinelli - Istituto per la Ricerca Sociale, Milano
dicembre 2005

 

La Regione Emilia Romagna ha istituito nel 2004 un percorso formativo di 120 ore per assistenti familiari. La Campania ne ha avviato uno con lo stesso numero di ore, mentre la Toscana ne prevede di più, 300, di cui però solo 110 di formazione frontale. La Provincia di Bolzano ne prevede addirittura 600. Certificazione delle competenze e crediti formativi accomunano le diverse esperienze, in termini di offerta finale.

Che ne è delle assistenti familiari formate? E' una domanda non banale che bisognerebbe iniziare a porsi, per tenere sotto controllo l'efficacia di questi percorsi, la loro ricaduta sul fenomeno del lavoro di cura sommerso, isolato, dequalificato.

In Emilia Romagna i dati disponibili si fermano al 2003, anno in cui le province (che operativamente gestiscono i corsi) hanno formato 210 assistenti familiari. Quali "benefici" queste persone hanno poi effettivamente tratto dalla formazione seguita? Possiamo ipotizzare che un certo numero di assistenti familiari che seguono un corso di formazione proseguano poi per ottenere profili professionali come l'ausiliario socio-assistenziale o l'operatore socio-sanitario. Le altre, una quota probabilmente molto variabile ma consistente, continua a fare l'assistente familiare. Con competenze diverse e, di conseguenza, con maggiori aspettative e richieste - non solo economiche.

Qui sta il punto: come riuscire a qualificare il lavoro di cura senza renderlo troppo oneroso per le famiglie? Rendere più competenti le assistenti familiari deve integrarsi con lo sforzo di sostenere l'onere aggiuntivo che si produce per le famiglie. Rafforzando le capacità di spesa - almeno in parte e in relazione alle diverse disponibilità economiche.

Se un'assistente familiare co-residente, in regola, può costare fino a mille euro al mese, e più, una badante senza contratto di lavoro costa almeno il 30 per cento in meno, per non parlare di una clandestina, senza permesso di soggiorno, i cui costi sono ancora inferiori. Se quindi il lavoro di cura senza contratto conviene economicamente, lo sforzo di qualificarlo deve unirsi allo sforzo di mantenerlo "attraente" una volta fatto emergere e regolarizzato.

L'assenza di un quadro regolativo e di risorse dedicate rappresenta nella maggior parte delle regioni un grosso limite, ma non impedisce di realizzare sperimentazioni locali importanti. Peraltro, in alcune regioni tra cui proprio Emilia Romagna e Toscana si prevedono incentivi alla assunzione di assistenti familiari formate.

Qualificare il lavoro di cura e sostenere il ricorso ad esso sono azioni che devono sostenersi reciprocamente. Integrando percorsi formativi e incentivi economici. Una integrazione che non può non far leva su una dimensione locale, territoriale, perchè è qui che le competenze vengono formate ed è qui che gli incentivi possono trovare una finalizzazione non generica.

Non basta fare formazione, non basta aprire sportelli sociali per fare sì che il mercato si trasformi da sommerso/de-qualificato a qualificato/regolare. Corsi di formazione e sportelli sociali se sospesi nel vuoto, se non inseriti in un disegno coerente più ampio, rischiano di essere inefficaci, perché privi di sbocchi attraenti e percorribili.

L'obiettivo allora diventa quello di qualificare il lavoro di cura senza mettere fuori mercato le assistenti formate, facendo in modo che l'incremento di spesa a carico delle famiglie sia giustificato dall'incremento di qualità dei servizi. Con una compartecipazione ai costi tra famiglie ed ente pubblico equa rispetto alle effettive capacità di spesa. Certo, un approccio integrato, formazione più incentivi, può essere visto come qualcosa di ambizioso. E di costoso. Qui occorre fare molta chiarezza. Perché la strada verso un mercato regolato può essere insidiosa. Soprattutto se la regolamentazione diventa una macchina pesante, gestita con una struttura costosa, entro confini (e numeri) ristretti, di poche badanti formate.

Qualificare il lavoro privato di cura ha bisogno di strumenti relativamente snelli di emersione e qualificazione professionale, aperti, accessibili. Pena il rischio di interventi magari con una bella immagine, ma poco incisivi sul piano concreto.

 

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