Professionalità in via di definizione

di Cristina Piaser e Paola Riva – Istituto per la Ricerca Sociale, Milano
maggio 2009

 

Quali sono le competenze e le attitudini necessarie al lavoro privato di cura? L’ascolto di un gruppo di operatori e responsabili di alcuni sportelli per assistenti familiari offre spunti interessanti [1]

In gran parte delle regioni italiane[2] non esiste una definizione delle funzioni dell’assistente familiare; esistono invece “mansionari”, che definiscono più “elenchi dettagliati di compiti specifici, come: stirare le camicie; fare un bagno assistito in vasca o doccia; aiuto nell’alzata e/o messa a letto; lavaggio vetri; lavori di pulizia della casa; cambio pannoloni a letto; cucina base e/o elaborata”. Emerge un’immagine dell’assistente familiare come di una “figura tuttofare”, alla quale si chiede di saper svolgere una notevole varietà di mansioni. “All’assistente familiare non si chiede solamente di prendersi cura dell’anziano, ma anche di svolgere attività di tipo domestico”: spesso però si evidenzia un eccessivo sbilanciamento verso questo secondo tipo di attività che invece dovrebbero essere collaterali rispetto all’attività di cura alla persona. Emerge inoltre che le “attività svolte sono strettamente legate al tipo di contratto e al numero di ore lavorative giornaliere”.

Le attitudini, intese come le caratteristiche cognitive e percettive, che incidono nello svolgimento della professione e indicate come importanti sono: l’ascolto attivo e la capacità di mettere in pratica le richieste e le esigenze altrui, l’attitudine a comunicare informazioni e idee parlando in modo comprensibile, il problem solving e la gestione delle urgenze.

In molte occasioni il lavoro di cura non è un’aspirazione personale: la sensazione è che il lavoro domiciliare rappresenti per le donne straniere una tappa obbligata per l’ingresso nel mercato del lavoro italiano, nell’attesa del riconoscimento del titolo di studio conseguito nel proprio paese di origine o dell’accesso a specifici percorsi formativi o riqualifica. L’eventuale frequenza ai corsi potrebbe minacciare, quindi, il poco tempo libero a disposizione delle donne migranti, se organizzati nei fine settimana, oppure il tempo dell’assistenza, se tenuti nei giorni lavorativi.

La formazione dovrebbe soprattutto perseguire due obiettivi: da un lato, favorire una maggiore integrazione socio-relazionale, per esempio attraverso lezioni di lingua italiana per le persone straniere; dall’altro garantire una (ri)qualificazione professionale alle lavoratrici anche in considerazione del fatto che, spesso, il lavoro di badantato richiede conoscenze basilari di natura sanitaria e psicologica, che vanno oltre il “fai da te”. Esiste, infatti, una mentalità diffusa tra le stesse assistenti familiari, secondo la quale il lavoro di cura non richiede specifiche competenze, ma è legato ai normali comportamenti quotidiani della “donna di casa”, e alla “naturale predisposizione femminile” verso i compiti di accudimento: il lavoro di cura appare, quindi, un’occupazione per la quale l’esperienza sul campo risulta essere il principale canale di apprendimento.

Un aspetto interessante è sicuramente la richiesta emergente di formare le assistenti familiari rispetto a conoscenze “specifiche e concrete”: puntando su un tipo di formazione “modulare”, ovvero sull’organizzazione di corsi che vadano a coprire una particolare esigenza formativa e una particolare richiesta dell’assistente familiare o della famiglia dell’assistito.

Diversi sono gli aspetti più specifici di formazione oggi emergenti: tecniche dell’assistenza, cucina italiana, gestione, organizzazione e cura della casa, prevenzione di incidenti domestici, uso del sollevatore, uso degli elettrodomestici, gestione delle urgenze, aspetti legislativi legati ai diritti e doveri del lavoratore, ruolo dei servizi territoriali, capacità di negoziazione e mediazione con i famigliari, capacità linguistiche funzionali al lavoro di cura, capacità relazionali ossia empatiche, di adattamento, di comprensione e ascolto e di lettura dei bisogni.

Per concludere, gli operatori dei servizi che abbiamo interpellato hanno evidenziato una serie di attenzioni e interventi di cui la formazione si può grandemente giovare:

svolgere la formazione una sola volta la settimana, ma in orario lavorativo, in modo da non privare le donne migranti del poco tempo che hanno a disposizione per sé;

-  organizzare un servizio di assistenza sostitutiva per non far mancare alle famiglie la copertura assistenziale nelle ore in cui la badante è impegnata nella formazione, o nel caso la salute dell’anziano lo permetta, organizzare azioni di intrattenimento e animazione rivolte agli anziani assistiti nei locali attigui a quelli in cui si svolge la formazione;

-  creare un circuito virtuoso di relazione e conoscenza tra i diversi soggetti coinvolti nella formazione (famiglie, anziani, badanti, docenti, volontari) tramite l’organizzazione di momenti di incontro facoltativi nei fine settimana. Gli appuntamenti possono comprendere: laboratori di cucina, laboratori di narrazione autobiografica, incontri su diversi aspetti della cultura e della storia italiana e dei paesi di provenienza delle donne migranti;

-  individuare moduli formativi diretti al sostegno della relazione di cura, da un lato rendendo espliciti i diritti e i doveri dei diversi soggetti coinvolti, dall’altro innalzando la capacità di comprendere e gestire i conflitti relazionali.



[1]  Si tratta di un lavoro realizzato da IRS per conto di Isfol, nel corso del 2008, nell’ambito dei bisogni e della formazione di professioni sociali.
 
[2]  Per una rassegna delle regolamentazioni regionali si rinvia a G.Rusmini “Formare le assistenti familiari: percorsi a confronto” Newsletter di www.qualificare.info, n.19/2009
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