Badanti: un destino da clandestine?

di Sergio Pasquinelli Istituto per la Ricerca Sociale, Milano
Maggio 2008



Finalmente ci si è accorti che i clandestini li abbiamo in casa. Con un tasso di irregolarità che tocca - secondo nostre stime - il 45% delle badanti presenti in Italia, che sono più di settecentomila. E che in determinati contesti supera abbondantemente la metà. Il tema del giorno è diventato come regolarizzare questi immigrati “buoni”.
 
Il governo ha annunciato un decreto flussi specifico per colf e badanti con un alloggio, un lavoro stabile e padronanza della lingua italiana. Sappiamo che questo tipo di soluzioni - quote speciali, minisanatorie, salvacondotti una tantum - rappresentano risposte tampone, che non risolvono un problema strutturale che si ripresenterà.
 
E’ un film già visto: la sanatoria del 2002 portò alla regolarizzazione di centinaia di migliaia di badanti, ma la situazione tornò uguale due-tre anni dopo.
 
Il problema contingente - 350.000 badanti irregolari, molte di più le famiglie perseguibili, perché il rapporto non è di 1 a 1 - può essere risolto solo con misure strutturali. Due in particolare. Anzitutto va cancellata l’ipocrisia della chiamata "a distanza". Quale famiglia assume un’assistente familiare che non conosce, perché vive all’estero?
 
In secondo luogo, va rivisto il sistema delle quote d’ingresso, che palesemente offre possibilità di ingresso totalmente incongruenti rispetto alla domanda reale. Lo scorso inverno il Ministero dell’Interno ha ricevuto più di 400.000 richieste di assunzione legate all’ottenimento del permesso di soggiorno di colf e badanti. Secondo le quote stabilite per gli ingressi, le domande ammissibili ammontano a 112.000. Ciò significa che 288.000 famiglie vedono negata la possibilità di regolarizzazione e continueranno a impiegare immigrati clandestini, pur contro la propria volontà a mettere in regola.
Peraltro, sappiamo che 112.000 nulla osta sono un numero del tutto teorico, dato che finora ne sono stati emessi meno di un quinto.
 
Un welfare amico delle famiglie deve essere un welfare che dà cittadinanza alle assistenti familiari. Certo non in modo indiscriminato, ma almeno venendo incontro a ciò che le famiglie sono disposte a mettere in gioco. E alla disponibilità di formazione e qualificazione.
 
Per farlo bisogna superare i limiti di una legge sull’immigrazione chiaramente non concepita per una simile fattispecie. E soprattutto far crescere una rete di servizi che lasci meno sole badanti e famiglie. Che le accompagni, che le tuteli, attraverso sostegni anche economici, programmi di formazione, luoghi dedicati all’incontro tra domanda e offerta ed altre iniziative ancora che si sono moltiplicate e a cui da tre anni dedichiamo spazio con questa newsletter. Le badanti ci interrogano quindi sulla possibilità di collegare politiche migratorie e politiche sociali.
 
I controlli nelle case, le espulsioni delle clandestine non appartengono al welfare che vogliamo. Ma nemmeno il pietismo di una regolarizzazione che tocca solo quegli immigrati ritenuti “buoni”, perché entrano nelle nostre case e aiutano i nostri anziani.
 
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