Assistenti familiari: clandestine indispensabili

di Giselda Rusmini Istituto per la Ricerca Sociale, Milano
Marzo 2008



Sono più di settecentomila gli italiani che, tra dicembre 2007 e febbraio 2008 hanno presentato domanda al Ministero dell’Interno per assumere lavoratori extracomunitari. Di queste richieste ne saranno accolte solo 170.000, secondo quanto stabilito dall’ultimo decreto flussi.

Una parte degli ingressi è riservata a lavoratori domestici e assistenti alla persona. Si tratta di 65.000 posti, cui vanno ad aggiungersi quelli riservati ai cittadini di paesi che hanno sottoscritto accordi di cooperazione in materia migratoria con l’Italia. Per questi ultimi è stabilita una quota di 47.100 posti, ma non è previsto un numero di ingressi riservati ai lavoratori domestici.[1]

Ipotizzando, per eccesso, che la totalità di questi ingressi sia interamente dedicata ai lavoratori domestici e assistenti familiari possiamo stimare che le domande ammissibili per questa categoria di lavoratori ammontino complessivamente a 112.100. Le richieste di assunzione legate all’ottenimento del permesso di soggiorno di colf e badanti pervenute al Ministero dell’Interno hanno raggiunto quota  400.000. Questo significa che, come minimo, 287.700 famiglie vedranno preclusa ogni possibilità di regolarizzazione e continueranno a dare lavoro a immigrati clandestini. La quota più elevata di richieste di assunzione eccedenti i posti disponibili si rileva in Lomabrdia (99.000), seguita dal Veneto (43.800) e dall'Emilia Romagna (42.000). Le quote d'ingresso superano le richieste solo in Provincia Autonoma di Bolzano, Molise, e Basilicata.
 
È inutile negare che i lavoratori che rimarranno esclusi dalla regolarizzazione si trovano già in Italia, in condizione di clandestinità. Il sistema di chiamata numerica o a distanza, previsto dalla legge Bossi-Fini, è infatti di difficile applicazione. Nel caso dell’assistenza domiciliare e alla persona, in particolare, la scelta del lavoratore non può avere luogo se prima gli interessati non si sono conosciuti.

 
Regolarizzazione dei lavoratori extracomunitari nel settore dell'assistenza domestica e alla persona
Decreto flussi 2007
 
Regione
Quote d’ingresso + quote per “paesi riservatari”
Richieste di assunzione
Richieste di assunzione non accoglibili
Valle d’Aosta
216
513
297
Piemonte
7.990
25.599
17.609
Lombardia
17.398
116.480
99.082
P. A. di Trento
836
2.052
1.216
P. A. di Bolzano
353
131
* 222
Veneto
12.420
56.223
43.803
Friuli Venezia Giulia
3.487
8.102
4.615
Liguria
2.910
8.502
5.592
Emilia Romagna
14.840
56.904
42.064
Toscana
7.445
22.949
15.504
Umbria
2.010
5.462
3.452
Marche
2.805
12.746
9.941
Lazio
13.240
33.425
20.185
Abruzzo
1.722
2.802
1.080
Molise
474
352
* 122
Campania
5.305
20.341
15.036
Puglia
3.448
5.084
1.636
Basilicata
795
509
* 286
Calabria
1.970
6.552
4.582
Sicilia
4.419
12.454
8.035
Sardegna
1.167
2.620
1.453
Riserva nazionale
6.850
-
-
Totale
112.100
399.802
287.702
 
Fonte: Elaborazioni IRS su dati del Ministero della Solidarietà Sociale e del Ministero dell’Interno (al 7.2.2008).
* Quote d’ingresso eccedenti le richieste di assunzione


Secondo nostre recenti stime, il 40% delle oltre 700.000 assistenti familiari che curano anziani non autosufficienti in Italia sarebbero clandestine e, quindi, impossibilitate ad accedere ad un contratto di lavoro. Cosa comporta la mancata regolarizzazione?
 
Per i lavoratori:
a. il rischio di non vedersi riconosciuti i diritti spettanti con un regolare contratto di lavoro (in termini retributivi, rispetto dell’orario di lavoro, riconoscimento di ferie, malattia, ecc.);
b. l’impossibilità di chiedere il ricongiungimento familiare, qualora intenzionati a stabilirsi in Italia;
c. l’impossibilità di frequentare corsi per assistenti familiari, Asa, Oss, e di iscriversi agli albi comunali/regionali delle assistenti qualificate.[2]

Per i datori di lavoro, ossia le famiglie:
a. il pericolo di vedersi chiamate in causa qualora il lavoratore decida di fare vertenza: sappiamo che questo tipo di controversie, quasi sempre vinte dal lavoratore, sono in netto aumento stante l’accresciuta consapevolezza dei propri diritti da parte delle assistenti familiari;
b. l’impossibilità di accedere a buoni e assegni erogati alle famiglie che hanno regolarmente assunto un’assistente per accudire un proprio membro non autosufficiente.[3]

La condizione diffusa di illegalità in cui si trovano molte famiglie che ricorrono all’aiuto di un’assistente extracomunitaria diventa una scelta obbligata. Infatti, se l’assistenza privata a pagamento rappresenta spesso l’unica soluzione praticabile, la volontà di regolarizzare il rapporto è attualmente di difficile (se non impossibile) soddisfazione, come abbiamo visto.
 
Alla luce dei dati del Ministero dell’Interno sul numero di richieste di regolarizzazione presentate, il Ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero aveva avanzato la proposta di accogliere tutte le domande.[4] Ipotesi tramontata con la crisi di governo, che lascia invece aperta la possibilità di un decreto flussi aggiuntivo.
 
La lotta all'immigrazione irregolare, a giudicare dai programmi dei due maggiori partiti in lizza alle prossime elezioni, è un obiettivo condiviso.  Il lavoro privato di cura, come abbiamo visto, rappresenta una fetta importante del fenomeno. La lotta dura alla clandestinità riguarda anche le badanti senza permesso di soggiorno? Se sì, con quali conseguenze per le famiglie? Ad oggi le soluzioni possibili rimangono due: una nuova sanatoria, oppure un nuovo decreto flussi, nettamente più corposo dell’ultimo. Ma l’esperienza insegna come entrambe queste strade siano dei palliativi, perché non fanno che tamponare problemi che si riproporranno più in là nel tempo. 

La realtà del lavoro privato di cura mette in luce i limiti della legge Bossi-Fini, con particolare riguardo al sistema della chiamata "a distanza" e della programmazione puntuale degli ingressi attraverso il sistema delle quote, difficilmente corrispondenti alle richieste di assunzione. A ciò si aggiunga che il bisogno di assistenza, nel caso delle persone anziane, si manifesta spesso in modo improvviso, a seguito di un evento traumatico. Questo costringe le famiglie ad attendere il decreto flussi annuale per poter avanzare richiesta di assunzione (e conseguentemente, di regolarizzaizone) della propria assistente. Tutto ciò evidenzia che sono necessari cambiamenti strutturali nella legislazione sull’immigrazione per porre fine alla situazione paradossale in cui si trovano le famiglie italiane, costrette ad attingere al mercato clandestino per far fronte ai propri bisogni di cura.
 
Bibliografia
 
Ambrosini M. (2007), Una persona di famiglia? Oltre la privatizzazione dei rapporti di lavoro, in Qualificare n.8.
 
Costa G. (2008), Regolazione del mercato privato di cura e forme di “cinismo istituzionale”, in Qualificare n.12.
 
Decreto Flussi 2007 (download)
 
Mazzacurati C. (2005), La diffusione dell’irregolarità nel mercato dell’assistenza privata, in Qualificare n.2.
 
Mesini D., Rusmini G. (2007), Emersione e qualificazione del lavoro privato di cura, in Pasquinelli S. (a cura di), Nuovi strumenti di sostegno alle famiglie, Carocci Faber, Roma.
 
Ministero dell’Interno, Dati sulle richieste di regolarizzazione per lavoro subordinato, anno 2007 (link)

Ministero della Solidarietà Sociale, Circolare 1/2007 “Programmazione transitoria dei flussi di ingresso dei lavoratori extracomunitari non stagionali nel territorio dello Stato per l’anno 2007” (
link)
 
Programma di governo del Partito Democratico (download)
 
Programma di governo de Il popolo della libertà (download)



[1]
 I paesi per i quali sono previste specifiche quote sono: Albania, Algeria, Bangladesh, Egitto, Filippine, Ghana, Marocco, Moldavia, Nigeria, Pakistan, Senegal, Somalia, Sri Lanka, Tunisia. Una quota minoritaria è riservata a paesi non precisati che potrebbero concludere accordi per la regolamentazione dei flussi.

[2] Le iniziative di qualificazione del lavoro di cura sono sempre più diffuse. Le Regioni che riconoscono tale figura e hanno previsto specifici percorsi formativi sono: Valle d’Aosta, Toscana, Liguria, Emilia-Romagna, Camapnia, Umbria e Sardegna. Ai corsi organizzati su modelli regionali si aggiungono quelli provinciali (ad esempio, la Provincia di Milano) e numerose iniziative distrettuali e comunali.

[3] Si tratta di erogazioni monetarie di entità variabile, che tendenzialmente coprono il costo dei contributi a carico del datore di lavoro. Attualmente le regioni che prevedono questo tipo di misure sono: Valle d’Aosta, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Emilia-Romagna, Sardegna (in Lombardia e Umbria tali contributi sono in fase di avvio). A queste esperienze si aggiungono numerosi contributi erogati a livello locale.

[4] Notizia tratta da Redattore Sociale (www.redattoresociale.it) il 28 febbraio 2008.
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