Immigrazione e welfare: un legame sostenibile?

di Flavia Piperno - Ricercatrice presso il Centro Studi di Politica Internazionale, Roma
marzo 2008



In Italia, la dipendenza del sistema di welfare dalla manodopera straniera, è un fenomeno che acquista sempre maggiore evidenza e rilevanza tanto nel settore domestico quanto, sebbene in misura più ridotta, in quello socio-sanitario. A tale tendenza ha contribuito la politica migratoria italiana che, fin dagli anni ’90, ha mostrato una particolare benevolenza verso i flussi migratori orientati alla cura (Andall, 2000), considerati utili per limitare la spesa sociale e deistituzionalizzare l’assistenza. Solo per citare il dato più recente, nell’ultimo decreto flussi, quasi il 40% degli ingressi ammessi per lavoro subordinato non stagionale (65.000 su 170.000) sono stati riservati a lavoro domestico o di assistenza alla persona.

Mentre in Europa si rende sempre più evidente l’allarme relativo a una possibile crisi dell’offerta di cura dovuta all’invecchiamento della popolazione, alla ridotta capacità di spesa pubblica e alla contemporanea diminuzione della cura informale offerta nell’ambito della famiglia (European Foundation, 2006), l’Italia sembra aver rimandato tale problema. Il ricorso massiccio a un mercato della cura straniero flessibile, a buon mercato e apparentemente illimitato, sembra la chiave per conservare il tradizionale welfare familista, tipico dei regimi mediterranei (Sciortino, 2004), e per continuare a perseguire l’obiettivo della domiciliarità.  
 
Ma si tratta di un approccio sostenibile? E che distorsioni crea? Possiamo, cioè, per dirlo con Sarti, “continuare a dormire sonni tranquilli certi di poter affidare una fetta importante del nostro lavoro di riproduzione a lavoratori immigrati” (Sarti, 2004)?
 
Se è vero che l’internazionalizzazione della cura comporta nuovi benefici (accesso immediato a servizi per le famiglie; cura personalizzata; risparmio immediato per i welfare locali) e opportunità (maggiore praticabilità di un welfare mix sostenibile; aumento del tasso di occupazione femminile; incontro inter-culturale; etc.), è anche vero che emergono problematiche che possono avere una ricaduta negativa sul nostro sistema di welfare, distorcerne i meccanismi, peggiorare la coesione sociale interna al paese e imporre nuove necessità di spesa pubblica (Pastore, Piperno, 2007).
 
Uno dei rischi più immediati riguarda senz’altro lo scadimento del mercato della cura (difficoltà di fidelizzazione le lavoratrici, volatilità dei servizi, scarsa professionalità, disuguaglianza nell’accesso alle prestazioni di cura; etc.), nonché la possibilità che esso si riveli un potente fattore di attrazione di flussi migratori irregolari e di sviluppo di un’economia grigia o sommersa.
 
Un mercato irregolare, privo di garanzie e fortemente segmentato rischia, inoltre, sul medio e lungo termine, di creare una fascia sociale fortemente emarginata. Donne straniere, sospese tra una difficle integrazione socio-lavorativa in Italia (sarebbero le prossime “pensionate sociali” secondo un recente studio della Caritas, Osservatorio Romano sulle Migrazioni, 2007), e la difficoltà di tornare in patria, data la povertà di risorse finanziarie e professionali acquisite in emigrazione. Così come, potenzialmente, i loro figli, che possono risentire, al momento del ricongiungimento, dei lunghi anni passati lontano dalle proprie madri (Ambrosini, 2005; Palmas e Torre, 2005) e rivivere, anche una volta giunti in Italia, una situazione di carenza affettiva a causa del forte carico lavorativo che le madri sono costrette ad affrontare. Ciò a sua volta può alimentare il disagio delle seconde generazioni immigrate nel nostro paese e l’allarme dell’opinione pubblica rispetto ai possibili rischi di instabilità e devianza sociale.
 
Infine l’internazionalizzazione della cura può avere un impatto negativo diretto sulle politiche di welfare in Italia: non solo può divenire un freno all’innovazione nelle politiche sociali (Sarti, 2004;Sciortino, 2004) ma, contribuendo a trasformare i cittadini da fruitori a compratori di servizi (Lamura, Polverini, 2006), può togliere all’attore pubblico capacità di controllo e pianificazione dell’offerta sociale sul territorio.
 
Spostando l’attenzione sui paesi di origine, notiamo come il crescente ricorso da parte dell’Occidente a manodopera di cura affianca ai possibili benefici per i contesti locali (rimesse, emancipazione femminile, aumento delle opportunità socio-lavorative per i figli rimasti in patria), una serie di esternalità negative, non ancora adeguatamente studiate. Una vasta corrente di pensiero (Ehrenreich e R. Hochschild, 2003; Parreñas, 2001) ha mostrato come l’emigrazione di donne, drenando risorse di cura dai paesi di origine, rende più vulnerabili le famiglie a livello locale. Una ricerca condotta dal CeSPI (Centro Studi di Politica Internazionale) evidenzia come ciò, a sua volta, almeno in alcuni contesti, pone sotto pressione i welfare locali, imponendo nuove necessità di spesa, una riorganizzazione dei servizi e delle pratiche di monitoraggio, l’esigenza di maggiore formazione del personale, in contesti spesso caratterizzati da una cronica mancanza di risorse (Castagnone et. Al., 2007). L’aumento delle asimmetrie tra paesi di origine e di arrivo e l’accresciuto disagio sociale all’interno della famiglia transnazionale, oltre a porre degli interrogativi etici ai governi occidentali, possono tradursi in una peggiore emigrazione e dunque in un fattore di rischio per l’Italia.
 
Infine è necessario porsi una più generale domanda circa la sostenibilità (dal punto di vista della domanda e dell’offerta) dell’attuale modello di internazionalizzazione della cura.
Sul versante della domanda di lavoro alcuni analisti, delineano il rischio che – in un contesto di progressiva regolarizzazione e impoverimento della popolazione anziana – una fascia di famiglie crescente non potrà più permettersi un’assistenza privata (Sarti, 2004; Pastore, Piperno, 2008); mentre altri notano come il processo di trasformazione della famiglia e l’attuale trend demografico, ridurranno la presenza di caregiver informali (generalmente le figlie degli anziani assistiti), che sono le vere coordinatrici del rapporto tra anziani e lavoratrici di cura, riducendo così la praticabilità e la funzionalità del ricorso alla cura privata (Bettio, Mazzotta, Solinas, 2004).

Sul lato dell’offerta, aumentano gli interrogativi relativi a un possibile esaurimento dei bacini di reclutamento tradizionali, specie dall’Europa dell’Est (trend in parte confermato da recenti analisi ISMU: Fondazione ISMU 2007) e alle problematiche derivanti dall’alternanza con nuovi paesi di provenienza; al tempo stesso, sorgono dubbi relativi al possibile irrigidimento della manodopera straniera, progressivamente meno disposta a lavorare in co-residenza con anziani gravi, specie in condizioni di forte sfruttamento: tendenza, come dimostrato dalla stessa newsletter “Qualificare”, già in parte registrata presso diversi sportelli di mediazione al lavoro.
 
Tali questioni non sembrano preoccupare la politica italiana. Mentre in Europa si cercano formule per snellire la domanda di cura e attrarre nuova manodopera, anche autoctona e specializzata, verso questo settore, in Italia lo sforzo prevalente sembra destinato a oliare gli ingranaggi di un welfare parallelo, senza però trasformarne davvero le dinamiche di fondo. L’impegno principale resta concentrato sul supporto a un’azione di formazione e mediazione al lavoro e sul sostegno alla domanda delle famiglie attraverso politiche di defiscalizzazione e trasferimenti monetari, vincolati o meno. Si tratta generalmente di politiche estremamente frammentarie, destinate a raggiungere un numero relativamente ridotto di beneficiari e che non riescono ad avere un impatto di sistema.
 
Si rende invece importante una politica di più ampio respiro in grado di favorire economie di scala; gestire e orinetare il mercato privato in modo più da ridurre in modo più incisivo le esternalità negative che ad esso si accompagnano; porsi in una prospettiva internazionale, così da alleviare i costi sui paesi di origine e migliorare l’impatto delle migrazioni di cura sia nei contesti di emigrazione che di arrivo.
 
Il CeSPI, proseguendo un filone di ricerca avviato fin dal 2005, ha recentemente promosso una consultazione tra esperti destinata a riflettere proprio sulla sostenibilità e l’impatto sul medio e lungo termine del ricorso a manodopera di cura e sulle possibili politiche da adottare. Contemporaneamente è stata avviata una ricerca in alcuni dei principali paesi esportatori di lavoro di cura verso l’Italia – Romania, Ucraina e Ecuador – volta ad analizzare l’impatto di questi flussi migratori sui contesti locali e a sondare la praticabilità di partenariati transnazionali per un co-sviluppo sociale sostenibile.

Bibliografia
 
Ambrosini M. (2005), Dentro il welfare invisibile: aiutanti domiciliari immigrate e assistenza agli anziani, in Studi Emigrazione, XLII, n. 159.
 
Andall J. (2000), Gender, Migration and Domestic Service: The Politics of Black Women in Italy, Aldershot, Ashgate.

Bettio F., Mazzotta F., Solinas G. (2004), Gender Analysis and Long-Term Care of the Elderly, Rapporto per l’Italia, Commissione Europea-Fondazione Brodolini, Roma 2004.

Castagnone E., Petrillo R., Eve M., Piperno, F. (2007), Madri migranti. Le migrazioni di cura dalla Romania e dall’Ucraina in Italia: percorsi e impatto sui paesi di origine, Roma, working paper CeSPI.
 
Ehrenreich B., Hochschild A.R. (a cura di) (2003), Global Woman. Nannies, maids and sex workers in the new economy, New York, Metropolitan Books.
 
European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions (2006), Employment in Social Care in Europe, http://www.eurofound.europa.eu/pubdocs/2006/50/en/1/ef0650en.pdf
 
Fondazione ISMU (2007), Dodicesimo rapporto sulle migrazioni 2006, Franco Angeli, Milano.
 
Lamura G., Polverini F. (2006), National Report on Italy, report for the European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions.
 
Osservatorio Romano sulle Migrazioni (2007), Immigrati e sistema pensionistico: stime sui future pensionati a livello romano-laziale, Roma, Caritas.

Palmas L.Q., Torre A. T. (2005), Il fantasma delle bande. Genova e i latinos, Genova, Frilli.

Parreñas R.S. (2001), Servants of globalization. Women, migration and domestic work, California, Stanford University Press.
 
Pastore F., Piperno F. (2008), Immigrazione e Welfare, Audizione di fronte al Comitato Schengen, Europol e immigrazione.
 
Piperno F. (2007), L’altra faccia del nostro welfare: il drenaggio di cura nei paesi di origine. Il caso della Romania, in Studi Emigrazione, anno XLIV, n.168.
 
Sarti R. (2004), Servizio domestico, migrazioni e identità di genere in Italia: uno sguardo storico, X Meeting Internazionale Antirazzista organizzato dall’Arci, Cecina Mare, 17-24 luglio.
 
Sciortino G. (2004), Journal of comparative policy analysis, vol. 6, n.2, pp. 1111-129.
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