"Vieillesse, Vieillesse". Pensieri ed emozioni intorno a un lavoro teatrale*

di Patrizia Taccani - Psicologa e formatrice, Milano
marzo 2008



Scrive Sandrine Barciet nel presentare il suo lavoro teatrale :
“Dal 1992 al 1998 ho lavorato come badante a domicilio presso le persone anziane, non più autonome, e ho tenuto un diario, per il piacere o il bisogno di scrivere, per l'abitudine di annotare le cose, le impressioni, le emozioni...
Mi rammarico che nella nostra epoca tutto sia organizzato al fine di nascondere, di dissimulare questa tappa della vita, perché si tratta dell’ultima tappa conosciuta prima della morte, dell’Ignoto. Mi sembra che il rifiutare così questo stato di declino, di trasformazione, di preparazione all’abbandono definitivo di sé, sia negare alla vita il suo sbocco naturale, il suo reale valore. Tutto ce ne distoglie, e l’evitare o il mascherare, mi dà l’angosciante e odiosa impressione che ciò mi privi della mia essenza. Ho bisogno delle persone anziane, della loro presenza, della dolce ironia, dell'incosciente saggezza, dello sguardo sul passato, del loro distacco dal presente.”

Confesso che non sono state esattamente queste parole ad attrarmi e a farmi decidere a uscire di casa, alla fine di una giornata abbastanza faticosa, in una sera fredda e ventosissima di fine gennaio, per andare a vedere “Vieillesse, Vieillesse”. L’attrice scrive parole belle e importanti, ma già lette, già ascoltate, anche già vissute. Che cosa è stato, allora, a farmi decidere di vedere questo lavoro? Sono stata colpita da ciò che ha portato l’attrice a quelle riflessioni, cioè dai fatti, anzi dal fatto di quei sei anni di lavoro come badante. Sono stata presa dal desiderio di vedere in faccia questa donna francese con la passione del teatro che, nel suo paese, per sei  lunghi anni svolge uno dei lavori meno ambiti e meno riconosciuti: prendersi cura di vecchi giunti al termine della vita.

Prima che lo spettacolo iniziasse mi immaginavo che si svolgesse come un lungo monologo, o forse un dialogo con l’altro attore indicato sul programma.[1] Niente di tutto ciò. O meglio, il dialogo avviene ma è tra Sandrine Berciet badante e Sandrine Berciet di volta in volta vecchia signora o vecchio signore affidato alle sue mani. Straordinario il risultato. Con il tono della voce,il ritmo delle parole, le posture diversissime, lo sguardo e gli sguardi, i gesti del capo e quelli delle mani, la camminata, i cambi di posto, la vicinanza e la distanza giocate nello scambio dei ruoli, ecco che questi vecchi entrano in carne ed ossa sulla scena: sono malati e sani, vivaci e spenti, dolci e terribili, colmi di vita e morenti e continuamente interagiscono con lei, badante, ognuno per come è fatto. Incontriamo la vecchia signora che lascia la sua badante fuori dalla porta che bussa, bussa e tutte le mattine è la stessa storia, finalmente riesce a entrare nella casa simile a una discarica; il vecchio militare che minuziosamente e sempre le racconta della guerra in trincea, passo dopo passo, si sentono i rombi del cannone; sentiamo la voce stridula e alterata di chi la strapazza per un nonnulla e quella dolce di chi la abbraccia come la figlia mai avuta mandata dal buon Dio; riconosciamo nel malato di Alzheimer il balbettio delle parole e lo sguardo che si perde lontano. O ancora vediamo i passi frettolosi della sollecita badante che va al mercato a cercare le primizie per ingolosire l’anziana difficile, che non vuole più mangiare; e la vediamo quando si siede in fondo al letto del vecchio signore a massaggiargli i piedi con leggerezza mista a vigore: le mani che si muovono nell’aria disegnano agli occhi dello spettatore due estremità nodose, rattrappite, doloranti che poco a poco si distendono e anche noi sentiamo le fitte attenuarsi.

Questo gioco delle parti non è un gioco: sulla scena succede qualcosa di molto serio che lascia toccati, commossi, ammirati. Mi sono domandata se i vecchi che ho visto parlare, raccontarsi, piangere, ridere, lamentarsi, chiedere, ringraziare, sbattere la porta, farsi aiutare, rifiutare l’aiuto, ripetere ossessivamente una frase, insultare, sorridere e ridere allegramente, siano davvero i vecchi che Sandrine Berciet ha incontrato nei suoi sei anni di lavoro come badante o siano stati trasfigurati nella trasposizione scenica. Non è importante, credo. Un lavoro come questo è invece importante perché riesce a comunicare chiaramente - più di quanto riescano a fare le tante riflessioni tecniche, metodologiche, professionali - di come lo sguardo di chi si prende cura debba posarsi, ogni volta, diversamente, sulle persone, perché sono diverse. E di come questo mestiere del prendersi cura proprio per una ragione come questa – fosse anche la sola – è un mestiere difficile.

Immagino che tra gli spettatori in Italia, in Francia e altrove – là dove “Vieillesse, Vieillesse” è stato portato  – si siano trovate persone che hanno avuto a che fare con la figura della badante: per il proprio vecchio genitore, la nonna vedova nella grande casa di un tempo, l’anziana zia nubile difficile da gestire, la suocera rimasta sola in una città lontana, e, forse, anche gomito a gomito, nella propria casa, a dividere la cura per il coniuge colpito da demenza. Sono convinta che lo sguardo posato da Sandrine-badante sui “suoi” vecchi abbia potuto sollecitare molti a ri-posare uno sguardo diverso sulla badante di casa propria. E, forse, a scoprire significati nuovi nel lavoro di cura che queste donne – e i pochi uomini –  svolgono giorno dopo giorno.

Verso la fine dello spettacolo l’attrice raccoglie tutte le pagine di giornale che di volta in volta, nel presentarci una nuova casa con il suo abitante – la ricca signora isterica, il militare logorroico, la dolce anziana, il fragile ammalato, la nonna demente – aveva steso sul pavimento ad indicare, credo, la vita-casa-territorio di quel vecchio, di quella vecchia che stava per far vivere sulla scena. Fogli di giornali già letti, stazzonati, pronti per essere gettati nell’apposito cassonetto: una metafora per suggerire il valore che oggi si dà alla vecchiaia?

Sempre Sandrine Barciet scrive :
“Considerando la vecchiaia come una risultante della vita, trovo negli anziani una lezione di vita, una linea di condotta, un’occasione di conoscenza, una guida per crescere, per scegliere.
La vecchiaia è per me una chiave di volta tra la vita e
la morte.
Ogni
persona anziana mi appare come parte di un mondo sconosciuto e meraviglioso. Meraviglioso perché sconosciuto.”

Dicevo che l’attrice, alla fine dello spettacolo, raccoglie con cura, ad uno ad uno, questi fogli di giornale e, con la stessa cura, ne infila un lembo sotto la cintura, uno dopo l’altro, sino a formare un’ampia gonna. Rivestita di questa gonna ricca e fluttuante, minutamente intessuta ai nostri occhi con la vita e la morte, la gioia e il dolore, la speranza e la cupezza, la casa e gli oggetti di tutti i suoi “vecchi”, la giovane badante inizia a danzare, e danza a lungo, leggera e ridente.
Uscendo dal teatro, la notte è ancora ventosa, un po’si parla tra amiche, ma sento più adatto il silenzio.

 


* Lavoro teatrale scritto, diretto e interpretato da Sandrine Barciet e con Constantin Cojocaru - Compagnia GROGNON Frères di Montpellier. A Milano al Teatro della Contraddizione,  gennaio 2008.
 
[1] Constantin Cojacaru è uno straordinario mimo che si muove sulla scena indossando qualche particolare – uno scialle, il bastone, una sontuosa vestaglia - evocatore dei vecchi con cui Sandrine dialoga.
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