Assistenza domiciliare: Torino e Milano a confronto

di Maurizio Motta - Docente di Integrazione socio-sanitaria dei servizi, UniversitÓ di Torino - e Rosemarie Tidoli - Assistente sociale libera professionista e ricercatrice
Gennaio 2012


L'assistenza domiciliare agli anziani non autosufficienti a Torino e a Milano rinviano a due “modelli”, con marcate differenze anche in conseguenza di normative regionali distinte. Nel rinviare a un recente intervento per un'analisi più completa dei due modelli[1], può essere utile richiamare in questa sede che cosa essi prevedano in particolare rispetto al tema del lavoro di cura e dell’inserimento delle badanti nel sistema di offerta.

Torino


Il modello torinese punta ad offrire all’utente la possibilità di ricevere prestazioni il più possibile adattibili alla situazione della famiglia, e dunque a prevedere molte forme di offerta. Dopo che la valutazione sociosanitaria (in UVG) ha definito il volume di spesa possibile per il piano di assistenza, utente e famiglia possono trasformarlo in diversi interventi:

a)  Assegno di cura: un assegno bancario che viene inviato al domicilio dell’utente o suo delegato, o un bonifico su c/c, per consentire alla famiglia di assumere da sé un lavoratore domiciliare di sua fiducia, purché con regolare assunzione secondo il Contratto nazionale per il lavoro domestico. Se la famiglia:

  • conosce un lavoratore di sua fiducia che vuole assumere, ma non è in grado di gestire gli adempimenti per il rapporto di lavoro (assunzione, versamenti all’INPS, etc.), può utilizzare parte della erogazione per far gestire queste incombenze ad uno dei fornitori dei Buoni servizio (imprese accreditate da Comune e ASL);
  • non vuole gestire da sola gli adempimenti per il rapporto di lavoro (assunzione, versamenti all’INPS, etc.) e non conosce lavoratori da assumere, può usare l’assegno di cura per ricevere un lavoratore assunto e gestito da una delle “Agenzie di somministrazione” che Comune e ASL hanno accreditato a tal fine.

b)  Buono servizio: utilizzabile presso il fornitore scelto dal beneficiario (o da chi per lui) tra quelli accreditati da ASL e Comune; il buono opera come titolo di credito ed avvia da parte del fornitore l’erogazione di una o più prestazionisino al valore totale del buono, quali: ore di lavoro a domicilio di operatore OSS e/o di assistente familiare, telesoccorso, gestione del rapporto di lavoro di badante assunta dalla famiglia, interventi di manutenzione dell’abitazione, ricoveri temporanei di sollievo, e altre. Il beneficiario può liberamente concordare con il fornitore, fermo restando l’importo e la durata del Buono Servizio emesso, modifiche agli interventi attivati inizialmente con il buono.

Altri possibili interventi sono l’affido a volontari e contributi economici ai familiari che assistono da soli il parente.

Le badanti sono dunque inserite nel sistema delle cure con questi meccanismi:

a)  Gli utenti e le loro famiglie possono assumere alle proprie dipendenze badanti in modo regolare utilizzando gli assegni di cura, al valore dei quali possono ovviamente aggiungere ulteriori proprie risorse. Nel 2010 erano assunte regolarmente (tramite sia assegni di cura che buoni servizio) circa 5000 badanti.

b)  Se la famiglia sceglie di ricevere un lavoratore tramite un fornitore accreditato: il fornitore si avvale di Agenzie di lavoro (qualificate in base a criteri definiti da ASL e Comune), che assumono la badante in base al Contratto Collettivo Nazionale; e la famiglia firma un contratto di somministrazione con il lavoratore.

c)  Il Comune ha realizzato numerosi percorsi di formazione non solo per chi intenda ottenere il titolo di Operatore socio sanitario (OSS), ma anche raggiungere una formazione intermedia. A tali percorsi sono state invitate le badanti inserite nel sistema di cura tramite assegni di cura e buoni servizio, con la partecipazione di circa 800 persone.

Non sono invece stati messi in opera (a cura di ASL e/o Comune) “albi” di badanti singole accreditate (ad esempio per fornire alle famiglie elenchi di persone tra le quali assumere), anche perché la Regione Piemonte con la legge 10/2010 ha previsto di definire il profilo dell’assistente familiare, ma senza ancora aver dato attuazione a questa previsione.

Il volume di spesa possibile in un piano di assistenza è anche molto elevato (1360 Euro al mese per i casi con maggiore esigenza assistenziale, o 1640 se sono senza rete di aiuti familiari) ma la criticità attuale del sistema torinese è che la carenza di risorse finanziarie (per Comune ed ASL) ha condotto negli ultimi due anni alla impossibilità di dare attuazione ai piani di assistenza per tutti gli utenti che hanno ricevuto una valutazione sociosanitaria. Con la necessità di attivare gli interventi solo per i casi più gravi e urgenti, e creare liste d’attesa per gli altri valutati (con attese delle quali non è prevedibile il termine). 

Milano

Nel modello milanese[2] si punta a tempi non eccessivamente lunghi tra richiesta dell’utente e attivazione dell’intervento, che infatti sono garantiti. Gli interventi proponibili nel Piano di assistenza, che i servizi comunali attivano a sostegno della domiciliarità dell’anziano, sono i seguenti:
 

  • Servizio di assistenza domiciliare (SAD), erogato da operatori con specifica qualifica (ASA/ OSS) a cura di fornitori accreditati. 
  • Prestazioni dei custodi sociali, (attivi in 371 stabili di edilizia residenziale pubblica nei quali la concentrazione di soggetti fragili può determinare situazioni di disagio), che raccolgono segnalazioni di bisogno, svolgono accompagnamenti, tutoraggio e semplici azioni di cura.
     
  • Titoli (o “buoni socio-assistenziali”) di valori diversi, per sostenere le cure svolte direttamente dai familiari), per badanti assunte dalla famiglia, per fruire di operatori professionali (ASA o OSS) dipendenti da cooperative.

Altri possibili interventi sono l’affido a volontari, pasti a domicilio, buoni taxi e contributi economici.
 
Le badanti sono state inserite nel sistema di cura nel 2005, quando il Comune ha istituito un elenco di assistenti qualificate per soddisfare la domanda proveniente dagli anziani milanesi. In seguito sono stati organizzati specifici corsi di formazione e presso la sede centrale dell’Assessorato alla Famiglia, Scuola e Politiche sociali è stato aperto uno “sportello badanti”, che offre consulenza gratuita alle famiglie per la ricerca di un’assistente familiare o per la sua regolarizzazione contrattuale, sebbene non gestisca direttamente queste incombenze per conto della famiglia. Le badanti incluse nell’elenco non sono formalmente “accreditate”, ma riconosciute come qualificate, perché devono possedere attestati di frequenza di corsi per operatori di assistenza o esperienza lavorativa di almeno 6 mesi.
 
Le badanti possono entrare nel sistema anche utilizzando nel Piano di assistenza un titolo (buono) di 450 Euro mensili, o di 600 Euro mensili nel caso di anziani privi di parenti obbligati agli alimenti, da utilizzare per l’assunzione regolare di un’assistente familiare

Tra le criticità del modello milanese sono segnalate:
 
a)  L’assenza della compartecipazione alla spesa da parte dell’utente, che invece consentirebbe forse di superare l’attuale meccanismo secondo il quale a chi è “sotto” la soglia di reddito definita si eroga tutto a carico del Comune, e a chi è “sopra” non si eroga nulla.
 
b)  Il fatto che i titoli destinati alle assistenti familiari incentivano la regolarizzazione da parte delle famiglie solo in misura modesta, sia perché gli importi esigui coprono solo poche delle ore di lavoro necessarie per anziani gravemente impediti, sia perché sono fruibili solo da chi ha reddito e beni sotto una soglia limitata. Questo non incide significativamente nella propensione a ricorrere al mercato irregolare(i contratti attivati grazie allo sportello badanti – e non tutti tramite il titolo/buono comunale – sono stati solo 547 in un anno).
 
Uno dei nodi che emergono dal confronto riguarda un cruciale dilemma, che si acuisce in tempi di crisi delle risorse: intervenire con volumi adeguati a garantire una assistenza domiciliare consistente, perciò adatta ad evitare il ricovero, ma con il rischio di poter erogare solo a pochi casi gravi e urgenti, senza nulla per la gran parte degli utenti (come a Torino)? Oppure (come a Milano) erogare poco a tutti e senza lunghi tempi di attesa, ma con il rischio di interventi non efficaci se non per chi già ha risorse proprie (poche ore di assistenza al mese non sono adeguate per far stare a casa un anziano che abbisogna di molte ore alla settimana).



[1]
Si veda “Welfare Oggi”, bimestrale edito da Maggioli, n. 4 /2011.

[2] L'analisi dell'esperienza di Milano è stata curata da Rosemarie Tidoli.
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